Boy from Heaven

Tarik Saleh e il giogo politico-religioso sull'Egitto oggi: thriller tagliato con l'accetta, ma col merito di evocare Giulio Regeni. In Concorso a Cannes 2022

20 Maggio 2022
2,5/5
Boy from Heaven
Boy from Heaven - Cr Atmo Rights AB

C’è un solo vero merito in Boy from Heaven, del regista svedese di origini algerine Tarik Saleh, e sta nel fuoricampo: il fantasma di Giulio Regeni.

In Concorso a Cannes 75, il suo quarto lungometraggio di finzione ha per protagonista il giovane Adam (Tawfeek Barhom, non male), che da umile figlio di pescatore viene ammesso all’università al-Azhar del Cairo, culla dell’insegnamento dell’Islam sunnita nel mondo. L’inattesa morte del Gran Imam crea un vuoto di potere su cui si gettano apparati di sicurezza, Fratelli Mussulmani e gerarchie religiose: in mezzo, lui, Adam.

Dopo aver sondato le premesse – promesse? – della rivoluzione egiziana in Le Caire confidentiel nel 2017, Tarik Saleh, per la prima volta in competizione sulla Croisette, rinnova la cifra politica, in carnet anche un lavoro su Guantanamo, con un affondo sulla commistione di potere civile e religioso nell’Egitto di al-Sisi, che campeggia su maxicartelloni e nei ritratti istituzionali affissi negli uffici governativi al fianco della maglia  numero 10 del Liverpool di Salah.

Adam è intelligente e colto, dunque perfetto per fari usare: se ne serve, sopra tutto, un colonnello dei servizi che un poco ricorda, anche nell’ambigua ma irredimibile bontà, il Saul Berenson di Homeland. Si troverà sbattuto tra efferate esecuzioni, autorità religiose che confessano atroci delitti, altre che hanno una seconda, e giovanissima, moglie all’insaputa di tutti (o quasi), e poi il basso continuo del comando e controllo.

Boy from Heaven – Image Credit Atmo Righs AB

Per carità, onore al merito civile, plauso all’istanza politica, ma non è thriller per palati fini: il fioretto sconosciuto, ancor più che psicologicamente dialetticamente, l’accetta che s’alterna alla mannaia, sicché più che decrittare si mostra&condanna.

Non che si possa fare sempre, e soprattutto sul presente, La talpa o Azor, ma qui si indulge a piana penna (script) e occhio (regia) nel semplicismo, nei servizi&segreti un tanto al chilo, sicché lode all’intenzione, ma forse solo a quella.
Rimane, dicevamo, nel fuoricampo un altro ragazzo: Regeni, che non conosce ancora verità e giustizia. E quando finisce la finzione, lui rimane. E fa male.

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