Bobby

L'ultima notte del senatore Bob Kennedy nell'affresco di Emilio Estevez. Con un grande cast, poca politica e molto pathos

19 Gennaio 2007
Bobby
Bobby

Memento corale di RFK firmato da Emilio Estevez. Il senatore degli Stati Uniti Robert Fitzgerald Kennedy fu assassinato il 6 giugno 1968 all’Ambassador Hotel di Los Angeles. Bobby ricostruisce il luogo antropologico del delitto, ovvero l’ultima notte del candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti attraverso la popolazione dell’hotel. Sicuramente l’intento è democratico, forse siamo di fronte a un peana delle virtù politiche democratiche, probabilmente verrà inteso quale spot promozionale del partito dell’asinello. Nato prima dell’11 settembre 2001 e della guerra preventiva neo-con, Bobby non è comunque un film politico, nel senso militante del termine. E’ piuttosto un film sentimentale, che torna indietro per finire laddove il sogno americano si infranse per sempre. Sentimentale, retorica, patetica è l’attenzione per il microcosmo umano che accompagnò l’uscita violenta di scena di RFK, e l’accompagnò finendo a terra colpito, nel sangue della cucina dell’Ambassador. Bobby privilegia il piano ravvicinato, dunque, con RFK che in sequenze di repertorio fa da contrappunto, da cometa, alle vite di uomini non illustri, conquistati e avvinti dal suo verbo di speranza. Non si sosterrebbe, Bobby, se non potesse beneficiare di un cast all-star, con Anthony  Hopkins (anche produttore),  Demi  Moore, Elijah  Wood, lo stesso Emilio  Estevez e il padre Martin Sheen, Sharon  Stone, Christian  Slater, Helen  Hunt,  Lindsay  Lohan,  William H. Macy,  Harry  Belafonte, Heather  Graham, Ashton  Kutcher e Laurence  Fishburne. Un gruppo di attori che si dibatte con esiti artistici in alcuni casi superlativi, riempiendo di traiettorie emozionali, private e piccine lo schermo, fino a saturarlo, ovvero a renderlo retorico. Peccato, perché la cifra poetico-stilistica del film si sfoca, e il primo, primissimo piano diventa una macrofotografia. Che facilita l’accesso al film, ma vanifica l’uscita, ovvero la rileborazione testuale, dello spettatore, preferendo l’emotivo all’intellettivo, il psicologico al sociologico. Se Estevez abbraccia la nostalgia, possiamo dunque farlo anche noi, tornando a un sogno cinematografico americano di nome Nashville.

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