Blonde

Andrew Dominik rischia il vilipendio iconografico, ragiona sulla scissione tra il corpo (Marilyn) e l'anima (Norma Jeane) ma il film è ondivago, sovraccarico, Ana de Armas in overacting. In gara a Venezia79

8 Settembre 2022
2,5/5
Blonde
Blonde. Ana de Armas as Marilyn Monroe. Cr. Netflix © 2022

Marilyn ci ama “tutti”. Norma Jeane ci vomita in faccia.

Andrew Dominik torna al film di finzione dieci anni dopo Cogan – Killing Me Softly e torna in gara a Venezia quindici anni dopo L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford: lo fa con Blonde, film dalla lavorazione travagliatissima, dalla durata impegnativa (167′), dall’ambizione smodata e dalla resa discutibile.

L’oggetto in questione, come noto, è Marilyn Monroe, nata Norma Jeane Mortenson Baker, colta nelle varie fasi più significative della sua drammatica esistenza.

Dal 1933, quando ancora bambina rischia di essere uccisa dalla madre e poi messa in un orfanotrofio, al 1962 quando, 36enne, il suo corpo smise di vivere.

Il corpo, quel “pezzo di carne” a cui allude il secondo dei suoi tre mariti, il manesco Joe DiMaggio (Bobby Cannavale), l’immagine che il mondo brama, di cui il cinema non sembra più potere fare a meno (tanto da sedarla per costringerla a terminare le riprese di A qualcuno piace caldo), gli uomini che – eccetto forse Arthur Miller (Adrien Brody) – e nei quali lei cercava sempre e solamente quel fantomatico “daddy” mai conosciuto, volevano da lei sempre e solamente il contenitore, l’involucro, l’affermazione machista e sessuale su un trofeo ambito dal pianeta intero.

Blonde. Ana de Armas as Marilyn Monroe. Cr. Netflix © 2022

Ad incarnare questo corpo, divinizzato fuori e martoriato dentro (i due aborti, che nel film rischiano il baratro dell’osceno con quel forcipe che squarcia l’intimo di un’immagine superflua) è la splendida Ana de Armas, naturalmente presente in ogni inquadratura del film: Blonde – non sappiamo quanto volutamente o meno – rischia in più di un’occasione il vilipendio iconografico, restituisce al nostro sguardo l’anima (e il corpo, ovviamente) di una donna con cui non sempre si riesce a trovare l’empatia sperata, soprattutto ondeggia in modo ridondante quando si tratta di scegliere in che modo raccontare ogni momento, alternando bianco e nero e colore, luci calde o effetto pellicola sgranata.

Sembra quasi impossibile, dunque, anche per Dominik, riuscire a trovare una “chiave” per entrare nell’inestricabile dicotomia tra la Marilyn che ci ama “tutti” e la Norma Jeane che ci vomita in faccia (in quel water sull’aereo che la sta portando da Kennedy…), tra la Marilyn che viene portata di peso da due energumeni come fosse, appunto, un “pezzo di carne”, fino al letto presidenziale, per prodursi in una fellatio mentre JFK è al telefono con un collaboratore che lo avvisa delle varie accuse di molestie che gli stanno per arrivare, e la Norma Jeane che durante quella fellatio “avverte” Marilyn di “non vomitare, non avere conati, ingoia”.

Tratto dal romanzo di Joyce Carol Oates, il film mescola ovviamente realtà e invenzione, portando avanti come detto questa scissione insanabile.

“Come si pone una bambina indesiderata di fronte all’essere diventata la donna più desiderata del mondo? Deve dividersi a metà? Proporre un’immagine sfolgorante al mondo, mentre l’io indesiderato soffoca all’interno. E non è forse il cinema stesso una macchina del desiderio? L’abbiamo in qualche modo uccisa noi stessi con il nostro sguardo?”, si chiede il regista, che in qualche modo “uccide” nuovamente questa immagine, lasciando fluttuare alla fine la parte più eterea di quel simulacro, l’anima di Norma Jeane.

Già colta in uno dei momenti più riusciti del film, quando si rievoca la première di A qualcuno piace caldo: tutta la sala rivolge il proprio sguardo sorridente allo schermo, in mezzo alla platea Marilyn piange, piange perché in quell’immagine non trova se stessa, non trova Norma Jeane.

Probabilmente non riesce a farlo con forza neanche il film, che vive appunto di “momenti”, alcuni buoni altri, troppi, sovraccarichi, over performanti, figli di una costruzione e ricostruzione che si preoccupa forse troppo del corpo, dell’involucro dell’immagine piuttosto che preoccuparsi di indagarne l’anima.

Che si libera a sprazzi, sollevata dalle musiche come sempre immaginifiche e laceranti di Nick Cave e Warren Ellis, sodali da una vita di Dominik e raccontati, meravigliosamente in quel caso, nei due documentari One More Time with Feeling e This Much I Know to Be True.

Targato Netflix, Blonde non uscirà al cinema ma sarà disponibile sulla piattaforma dal 28 settembre.

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