Blaze

La vita del cantante country Blaze Foley secondo Ethan Hawke. Molto più di un biopic. Colpo di fulmine al TFF36

25 novembre 2018
3,5/5
Blaze

La maledizione della musica, la passione che colma ogni vuoto. Una chitarra, il ciglio della strada, l’autostop, la ricerca di un locale in cui suonare. Quello che spinge Blaze Foley è l’amore per ogni singola nota. Fu un cantante country dell’epoca della mitica Outhouse di Austin, in Texas, quando anche Willie Nelson faceva sognare il suo pubblico. Ethan Hawke ce lo descrive come un ragazzone con la camicia a quadri, il cappello “dedicato” a E.T., e la barba alla ZZ Top.

A distruggerlo è stato l’alcool o forse la sua difficoltà a stare al mondo. I tormenti dell’artista, i testi che sgorgano dal dolore che si ha dentro, la voce rotta dai troppi whiskey, la sigaretta sempre in bocca anche davanti al microfono. Ethan Hawke in Blaze ci mette il cuore, diventa un narratore che si strugge, si esalta, canta il suo inno al cinema.

 

Si siede anche dietro a una scrivania per fare “un’intervista”, senza però farsi mai riprendere in faccia. Si sentono le parole, le melodie. Una volta sola vediamo la sua nuca, possiamo intuire l’emozione mentre dà vita a un’America che non si vende, anticapitalista, antagonista. L’America profonda, dove un uomo può vivere in un bosco ed essere felice (come Foley con la moglie), dove basta un po’ di legna e stringersi intorno al fuoco.

Gli Stati Uniti che hanno dimenticato il sogno. Bar strapieni, concerti, locali fumosi, uomini che non sanno più ascoltare. Il country come un sottofondo, spesso ignorato dai più, anche mentre Blaze ubriaco si esibisce. Impossibile entrare in contatto con gli altri, capire le lacrime per raggiungere il palcoscenico, l’ossessione per un nuovo brano. “Noi siamo mortali, ma la musica durerà in eterno”, confessa Blaze. Lui vuole essere leggenda, entrare nella storia, e allo stesso tempo fuggire, rifugiarsi nelle sue note. Scappare da un padre che ha tentato di distruggerlo (un intenso Kris Kristofferson), dal rischio di sentirsi “realizzato”.

 

Così Hawke costruisce il mito, imbastisce la sua visione della realtà. Il giorno che si inverte con la notte, le separazioni, la gioia di ritrovarsi, per poi perdere tutto. L’esistenza è una bomba che esplode tra le mani di Blaze, una sinfonia di sbronze e rimpianti che tornano sempre per rigettarlo nel baratro. Contro la guerra, la politica, il sistema: una nuova affermazione di sé, nell’ostinato tentativo di farsi ascoltare. La tenerezza della star (“Tutte le creature selvagge sono timide”), il suo spirito indomabile che si schiera dalla parte dei dimenticati. Con la paura di scoprirsi anche lui “dimenticato”, un uomo che ha suonato solo per raggiungere l’oblio.

If I Could Only Fly, “se solo potessi spiccare il volo” (è il più grande successo di Blaze Foley), lascerei questo posto per venire con te, spiega nel ritornello. E la chiave del film è proprio in quel “te”. Uno you che indica le relazioni senza speranza, un country che troppo spesso lo ha respinto, ed era la sua vera meta da raggiungere. Take Me Home, Country Roads, diceva John Denver. E Ethan Hawke, con le immagini color seppia e il suo animo appassionato, lo ha riportato a casa.

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