Blade Runner 2049

Denis Villeneuve e il sequel "replicante" del cult di Ridley Scott. Sci-fi e noir convivono di nuovo, in un film visivamente magniloquente ma con meno poesia del prototipo

3 Ottobre 2017
4/5
Blade Runner 2049

Era il novembre del 2019. Il cacciatore di replicanti Rick Deckard (Harrison Ford) e Rachael (Sean Young) provano a fuggire da un destino segnato.

“Oggi”, nel 2049, i vecchi Nexus 8 sono stati da tempo superati dai replicanti Nexus 9, migliorati e perfezionati, resi più docili e obbedienti, e l’agente K (Ryan Gosling) della Polizia di Los Angeles, anche lui un blade runner, è incaricato di “ritirare” i modelli precedenti che ancora si nascondono da qualche parte.  Scopre però un segreto sepolto da tempo che potrebbe far precipitare nel caos quello che è rimasto della società. E questa scoperta lo porta alla ricerca di Deckard, sparito nel nulla da ormai 30 anni.

“Nato e non creato”. Denis Villeneuve costruisce impalcature visive e inquietudini filosofiche provando a replicare – senza soluzione di continuità – le derive sci-fi e noir che Ridley Scott era stato capace di toccare, ormai 35 anni fa, traducendo filmicamente Il cacciatore di androidi di Philip K. Dick.

Operazione forse impossibile da ipotizzare, che il grande schermo però riesce a restituire a tratti in maniera magniloquente. La fotografia di Roger Deakins (che, potete scommetterci, otterrà la 14° nomination agli Oscar, chissà se stavolta si degneranno di premiarlo…), le scenografie di Dennis Gassner, le musiche di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch, volutamente riecheggianti il Vangelis touch, lo sguardo di uno tra i più grandi registi contemporanei: ogni elemento strutturale di Blade Runner 2049 è non solo, non semplicemente, copia conforme dell’originale, ma sentito e ragionato prolungamento di un universo, visivo, ambientale, cinematografico, di uno tra i film più iconici della storia della settima arte.

Non c’è una cosa fuori posto, in questa scacchiera dove ogni mossa – anche impercettibile, anche apparentemente vuota di senso, o avvolta da lunghi silenzi – è figlia di un calcolo. Di una scienza che – ancora oggi e, soprattutto, con l’avvento di tecnologie forse impensabili ai tempi del primo film – continua a domandarsi “che cosa definisce un essere umano?”.

Villeneuve non si sottrae alle inquietudini di natura etica e bioetica, costruisce (nel vero senso della parola, visto che ogni set è analogico e non ricreato con il green screen) architetture in grado di ospitare comodamente lo script di Hampton Fancher e Michael Green, e instrada la prosecuzione di una storia iniziata 30 anni fa insinuando il dubbio laddove invece le creazioni di Niander Wallace (Jared Leto) non dovrebbero prevederlo: dove finisce il confine tra l’obbedienza androide e la ricostruzione di un’identità creata dal nulla ma settata con l’innesto di ricordi artificiali? E che cosa succede se uno di quei ricordi è un frammento di memoria reale?

Ci si muove lungo le traiettorie ambientali disegnate allora – la veduta area e notturna di una Los Angeles sempre più caotica e illuminata da ologrammi promettenti qualsivoglia svago e ristoro – e ridisegnate oggi attraverso una distopia ancor più grigia, figlia di un collasso degli ecosistemi avvenuto anni prima – l’enorme muro che difende la città dall’oceano minaccioso, il freddo costante, l’inospitalità di luoghi resi inabitabili dall’inquinamento dell’aria, la neve – ma, come era ovvio immaginare, il cuore della questione è ancora una volta nascosto nell’abisso di dilemmi ancora oggi irrisolvibili.

E l’unico, vero limite di Blade Runner 2049, forse, è proprio nel voler rendere più dirette, più a portata, più narrative, questioni che nel film precedente rimanevano sospese, mai enunciate apertamente, fuggendo da facili schematismi che, invece, stavolta, sembrano fiaccare il percorso del racconto, rischiando a volte di spogliarlo della poesia, dell’anima che – al contrario – tutto l’impianto visivo, visionario e architettonico (che raggiunge il suo apice quando la splendida Ana de Armas – l’ologramma Joi – si sovrappone al corpo della prostituta interpretata da Mackenzie Davis per rendere carnale, reale, il suo rapporto con K) riescono a mantenere vivo, saldo in quell’equilibrio quasi commovente tra ricordo del prototipo e creazione di un nuovo cult.

“Nato e non creato”, la questione è tutta lì: “In fondo non sei male, anche senz’anima”.

Blade Runner 2049: il futuro è oggi

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