Beats

Un cinema energico, a ritmo di musica, ambientato nella Scozia in bianco e nero del 1994. Il regista Brian Welsh realizza un film vitale e convince al TFF 37

24 Novembre 2019
3,5/5
Beats

Beat Street, diretto da Stan Lathan, è del 1984. Harry Belafonte e Arthur Baker (con Webster Lewis) firmano la colonna sonora. La Germania della Stasi, del Muro, trova nel film un grido di libertà. Braccia e gambe si muovono, percuotono le strade: è la breakdance “all’americana”, l’hip hop. Da Detroit sbarca la techno, in Inghilterra i giovani sono oppressi dal pugno di ferro della Thatcher, dalla crisi. Si scatenano nei rave.

Arriviamo al 1994, l’anno cruciale raccontato da Brian Welsh in Beats. I “battiti”, le “pulsazioni” sono quelle di un Paese in fermento. Alla televisione tuonano le parole di un giovane scozzese: Tony Blair, che prende la guida dei laburisti e sfida il governo dei Tories di John Major. La Gran Bretagna rialza la testa. Boris Johnson aveva solo trent’anni e faceva il giornalista, e gli Oasis erano pronti a esplodere (ve le ricordate Supersonic e Shakermaker?).

 

Ma a Welsh non interessano i fermenti della capitale. Ci porta in Scozia, dove il tempo sembra essersi cristallizzato. I protagonisti potrebbero essere quelli di Trainspotting, però senza le droghe costanti. L’uno è il figlio di un poliziotto, l’altro vive col fratello che lo bullizza. Amici, o forse qualcosa in più, a unirli è la forza dell’età, la voglia di spaccare tutto, di voler gridare a un microfono Fuck the Police.

Si agitano al telefono ascoltando Annihilating Rhytm degli UltraSonic, sono gli opposti che si attraggono. L’uno con la cravatta, l’altro col giubbotto di pelle. L’uno timido, l’altro incontenibile. In un mondo che Welsh riprende in bianco e nero, per esaltare i contrasti, per mettere in scena il furore in cui tutto sarebbe comunque grigio. Beats è un concentrato di energia atomica pronto a esplodere. Un film di corpi che si sfogano sulla pista, che scaricano la frustrazione, la paura di un futuro incerto, in mano a politici sorridenti che lavorano a centinaia di chilometri di distanza.

 

I personaggi fanno parte di una generazione inquieta, senza l’entusiasmo degli anni Novanta e ancorati alle privazioni degli anni Ottanta. Sugli schermi si vedono sempre le cariche dei cavalli sui manifestanti: il ricordo terrorizza il presente, fa inneggiare alla rivolta. L’unica soluzione è alzare il volume. Mettere la radio al centro di tutto, lasciarsi andare in follie psichedeliche. Bellissima la sequenza in cui Welsh mescola fulmini, capitalismo, industria.

Tutto sulla pista da ballo, dove ogni attimo è eterno, e non smette di “pulsare”, in poche ore di ordinaria follia. Mentre il governo dichiara che i rave sono illegali, e Welsh nella prima immagine ci fa vedere subito un estratto del Criminal Justice and Public Order Act: un giro di vite per tutti quei comportamenti definiti “antisociali”. Beats è un piacere tutto underground, vitale, carico di speranza e pessimismo allo stesso tempo. Aspettando che il domani diventi finalmente a colori. Tratto dall’opera teatrale del 2012 di Kieran Hurley, qui anche sceneggiatore.

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