Ballad of a White Cow

Behtash Sanaeeha e Maryam Moghaddam (anche straordinaria protagonista) nei gangli inestricabili dell'Iran misogino e incapace di espiare i propri errori. In gara a Berlino 71

4 Marzo 2021
3,5/5
Ballad of a White Cow
Ghasideyeh gave sefid Ballad of a White Cow by Behtash Sanaeeha, Maryam Moghaddam - cr. Amin Jafari

Babak, il marito di Mina, viene giustiziato per un crimine mai commesso. Quasi un anno dopo le autorità iraniane riconoscono l’errore, si scusano con la vedova e come risarcimento prospettano alla donna un compenso economico.

A Mina, distrutta, ovviamente non basta. E anche per il bene della figlia, bambina di sette anni sordomuta, intraprende una battaglia silenziosa contro un sistema cinico e disumano.

Di punto in bianco, però, appare alla sua porta lo sconosciuto Reza, dicendole che è venuto a ripagare un vecchio debito che aveva con suo marito. Gentile oltremisura, l’uomo entra poco a poco nella vita della donna, ignara del segreto che li lega l’una all’altro.

Ambientato in una Teheran continuamente avvolta dal rumore (che sia il traffico urbano o la ripetitività di una catena di montaggio, il passaggio degli aerei o il frastuono di un violento temporale), Ballad of a White Cow di Behtash Sanaeeha e Maryam Moghaddam (anche straordinaria protagonista, seriamente candidata ad un premio per l’interpretazione a questa Berlinale 2021) sin dal titolo che dalla prima, affascinante, inquadratura (una mucca bianca nel cortile di un enorme penitenziario) allude con forza alle potenti contraddizioni che, ancora oggi, regolano la contemporaneità di un paese, l’Iran, dove la modernizzazione deve misurarsi continuamente con le antiche leggi basate sulla Sharia islamica.

Ballad of a White Cow – cr. Amin Jafari

Più volte, non a caso, nel film viene ripetuto che anche i giudici possono sbagliare, quello che conta è la volontà divina. Ma il lavoro di Sanaeeha e Moghaddam, indubbiamente esaltato dalla felice collaborazione con il direttore della fotografia Amin Jafari (mai un’inquadratura gratuita, mai un movimento di macchina superfluo), cerca di agire più in profondità, ragionando sulla possibilità di espiazione degli uomini, a prescindere dai dettami che regolano le fondamenta di una società.

Mina non solo è “prigioniera” di un paese che ne disconosce la dignità, deve anche fare i conti con la famiglia del defunto marito che pretende l’affidamento della bambina, Bita (nome omaggio al personaggio eponimo del film diretto nel ’72 da Hajir Dariush, interpretato dalla popolarissima Googoosh), alla quale la donna non ha ancora detto la verità sul padre.

L’arrivo inaspettato di Reza (Alireza Sani Far), personaggio la cui identità sarà svelata ben presto allo spettatore, determina allora il doppio corso narrativo/emotivo della vicenda: da una parte si ipotizza per Mina la possibilità di un incontro con l’altro capace di prendersi cura di lei senza pretendere nulla in cambio, dall’altra si fa avanti l’impossibilità dell’uomo di percorrere il sentiero della redenzione se non continuando a tacere una verità scomodissima.

La strada verso l’emancipazione è ancora lunga e lastricata di ostacoli, non per questo però Mina scenderà a compromessi con la propria, fiera dignità.

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