Bad Poems

L'ungherese Gabor Reisz si dirige nell'opera seconda: un mosaico esistenziale con più tessere del dovuto, che peccato

28 novembre 2018
2,5/5
Bad Poems

Cattive poesie, e la parafrasi, anzi, la prassi? Che non si muore per amore, ma si sta male, eccome, ce lo spiega l’ungherese Gabor Reisz con Rossz Versek, titolo internazionale Bad Poems, la sua opera seconda in concorso al 36° Torino Film Festival, dopo che l’esordio For some inexplicable reasons conquistò sotto la Mole nel 2014 il premio del pubblico e quello speciale della giuria.

Il talento ce l’ha, eccome, non la misura, ed è occasione veramente sprecata: troppa roba, troppo tutto in questa commedia analitica nelle intenzioni, affastellata negli esiti, con il protagonista Tamas (Reisz stesso) preda di rovelli, e ricognizioni ex post su infanzia e adolescenza, dopo che la fidanzata Ana (Katika Nagi, tra Melanie Luarent e Kristen Stewart, pazzesca) l’ha mollato in quel di Parigi.

L’Ungheria è un petto di pollo, affisso quale disgraziato biglietto da visita sulla strada per l’aeroporto e, pena del contrappasso, oggetto della campagna pubblicitaria per cui è stato scelto, la famiglia un pollaio a geometrie variabili, la poesia un rimedio non risolutivo. Ebbene, avete presente un mosaico, esistenziale, con più tessere del dovuto?

Gli echi si sprecano, su tutti (500) giorni insieme, la creatività di Reisz pure: viene voglia di tirargli il freno a mano in corsa, ché si uccide per amor di cinema.

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