American Rust – Ruggine americana

Gli States profondi, con il magnetismo di Jeff Daniels. Tutto è affidato ai personaggi, non completamente equilibrati, ma sempre presenti nell'evoluzione della vicenda. Su Sky Atlantic e NOW

3 Dicembre 2021
3,5/5
American Rust – Ruggine americana
(L-R): Jeff Daniels as Del Harris and Rob Yang as Steve Park in AMERICAN RUST, "101". Photo credit: Dennis Mong/SHOWTIME.
STAGIONE 1 DISPONIBILE SU SKY ATLANTIC / NOW
(2021) – 9 episodi
Ideatore – Dan Futterman
Cast – Jeff Daniels (Del Harris), Maura Tierney (Grace Poe), David Alvarez (Isaac English), Bill Camp (Henry English)

L’unico vantaggio che hanno i protagonisti di American Rust – Ruggine Americana rispetto al fatto di esser tormentati dal passato, è che nessuno di loro sembra avere un gran rapporto nemmeno con il presente. Ma non è solo questo il peso che si portano dietro Jeff Daniels, Maura Tierney (The Affair, Your Honor) e i loro compagni d’avventura. Che si svolge in una provincia all’estremo orientale della zona degli Stati Uniti d’America conosciuta come Rust Belt, la famigerata “Cintura della Ruggine”.

Qui il capo della polizia locale Del Harris (Daniels) si ritrova per le mani un caso piuttosto delicato, che lo tocca molto da vicino e lo costringe a degli imprevisti straordinari vista la comunità di “brave persone” che gestisce. Il figlio di Grace, la donna che ama (Tierney), è accusato dell’omicidio di un ex agente, caduto in disgrazia e ormai tossicodipendente, ma le prove non sono chiare e troppi interessi ruotano intorno alle disavventure di questo povero ragazzo (il Billy di Alex Neustaedter di Colony) e dell’amico Isaac (il ballerino David Alvarez già con Steven Spielberg in West Side Story), fratello della sua ex, Lee, alla quale presta il volto l’esordiente Julia Mayorga, segnalata da People Magazine come una delle attrici latine da tenere d’occhio e prossimamente protagonista del Rare Objects di Katie Holmes.

Un cast interessante e ben assemblato, completato dal padre vedovo di Isaac e Lee interpretato da Bill Camp (Joker, The Night Of), il poco limpido farmacista del paese di Dallas Roberts (The L Word, The Walking Dead) e lo spiantato Virgil Poe, ex marito di Grace e padre di Billy, affidato a Mark Pellegrino (Lost, Supernatural).

Sono loro i ‘puntini’ da unire per cercare di risolvere l’enigma che si sviluppa in questo angolo di ‘America profonda’. Nemmeno troppo, poi, visto che siamo nel sud ovest della Pennsylvania, tra Pittsburgh e la immaginaria cittadina di Buell (nella realtà Donora, identificata come rappresentativa dei tanti centri rurali tra gli Appalachi settentrionali e i Grandi Laghi). Tutti innocenti, fino a prova contraria. Tutti soffocati dalla ruggine della ‘Cintura’, e dai sensi di colpa. Dalla disperazione che spinge tutti a fare le scelte sbagliate nell’illusione di fare la cosa giusta.

C’è molto del Dan Futterman di Capote e Foxcatcher nell’adattamento del bestseller omonimo di Philipp Meyer, per quanto lo showrunner si limiti a firmare la sceneggiatura dei soli episodi iniziale e finale lasciando gli altri a una ridda di autori. Turnisti affidabili, di indubbia esperienza, come i Craig Zisk e Darnell Martin chiamati ad alternarsi a John Dahl alla regia.

Inevitabilmente, con un tale ensemble dietro e davanti la macchina da presa, tutto è affidato ai personaggi, non completamente credibili ed equilibrati in alcuni casi, ma sempre presenti nell’evoluzione della vicenda. Forse anche troppo.

Con un ritmo coerente al contesto raccontato e con la necessità di radicare i nostri (anti)eroi nel terreno su cui ci muoveremo, l’essere fan di Jeff Daniels aiuterà a restare incollati allo schermo nei primi episodi. Dove inizia a palesarsi come sia proprio la caratterizzazione dei personaggi – o almeno molti di essi – uno dei punti di forza della serie. Nella quale tutto passa dall’attore di The Comey Rule, The Looming Tower e The Newsroom, a conferma della sua capacità di attrazione degli spettatori, un magnetismo che non è solo espressivo e che non esaurisce le armi a disposizione del suo sceriffo. Che piano vediamo ritrovare – e forse perdere – la speranza in una vita diversa e assumere un ruolo più fattivo nell’incedere dell’azione, dopo aver lasciato temporaneamente la scena ad altri.

Ma il mosaico composto sembra perdere di coesione e il tono cala proprio quando paradossalmente si amplia il panorama e aumentano i soggetti in campo. Uno switch inevitabile a meno di non rischiare di aggiungere muffa alla ruggine, anche se nel passaggio al ‘Crime’ si ha la sensazione di aver superato e lasciato alle spalle la parte più intensa e coinvolgente della storia.

Quella relativa all’universalità della frustrazione e del senso di inutilità di chi vive in questa Cintura ‘post-industriale’ caratterizzata da dissesto economico e spopolamento, dove il Sogno Americano non si sogna più e in molti casi ancora si fatica ad accettare di uscire dai binari di una normalità priva di senso e di prospettive.

La svolta è forse nella carrellata con cui si chiude il quarto episodio, dopo un duro redde rationem tra ex amanti e il definitivo scontro con il mondo fuori dai confini giurisdizionali. Del, Grace, Billy, Isaac, Lee e loro padre Virgil continuano a essere soli, in cerca di pace (anche con l’aiuto di farmaci, leciti e non, a conferma che il loro abuso e la facilità nel reperirne resta un problema negli States).

Ciascuno di loro attraversa diverse fasi, crisi di coscienza, professionali e umane, che in qualche caso comportano seri rischi per la propria incolumità fisica o per l’ultimo barlume di speranza nel futuro al quale sembravano potersi ancora aggrappare. E ognuno sembra trovare una risposta, fideisticamente, ma confusamente. Nel poco convincente finale di stagione, si accenna persino a una sorta di “missione per conto di Dio”, facendo finta di non vedere la differenza tra il bene proprio e quello superiore. Una scelta deliberata, ovviamente, che fa parte della costruzione dei characters e della definizione dei loro deliri.

Della rappresentazione di un senso di giustizia molto particolare, che ci si rassegna a piegare sempre più – consapevolmente o meno – ignorando come le ragioni sbagliate possano corrompere anche i tentativi più nobili. E forse non è un caso che la parabola del più colpevole di tutti, agli occhi degli uomini e delle loro leggi, sia poi l’unico a trovare qualcuno capace di dare in maniera disinteressata. Emblematicamente, fuori dalla sua realtà, lontano da quella Ruggine americana, che annulla ogni possibilità e condanna. quelli che restano.

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Giancarlo
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