American Crime Story: Impeachment

Lo scandalo Clinton/Lewinsky nella terza stagione della serie antologica: con stile cupo e sontuoso, il dramma si concentra più sul vulnus istituzionale che sul gossip politico

5 Dicembre 2021
3/5
American Crime Story: Impeachment
Clive Owen e Beanie Fieldstein. CR: Tina Thorpe/FX
MINISERIE DISPONIBILE SU SKY E NOW
(2021) – 10 EPISODI
IDEATORE – Ryan Murphy
CAST – Sarah Paulson (Linda Tripp), Beanie Feldstein (Monica Lewisnky), Annaleigh Ashford (Paula Jones), Margo Martindale (Lucianne Goldberg), Edie Falco (Hillary Clinton), Clive Owen (Bill Clinton).

È pressoché impossibile tenere conto di tutta la bulimica e spesso irresistibile produzione di Ryan Murphy, ma vale la pena soffermarsi sulla terza stagione dell’antologica American Crime Story, avviata nel 2016 con la magnifica ricostruzione del caso O.J. Simpson e proseguita nel 2018 con la rievocazione dell’omicidio di Gianni Versace. Il progetto ha una componente squisitamente politica: un noto episodio della cronaca nera americana costituisce l’occasione per riflettere su radicate contraddizioni, antiche distorsioni, diffuse perversioni e conflitti irrisolti di un intero popolo.

Dopo aver toccato nelle serie precedenti il razzismo e l’omofobia, con Impeachment si affronta l’intreccio tra sesso e politica che ebbe uno dei suoi massimi punti di caduta nello scandalo provocato dalla relazione clandestina tra Bill Clinton e Monica Lewinsky (quest’ultima accreditata tra i produttori esecutivi: teniamone conto). Ancora una volta l’attenzione è su un evento cruciale degli anni Novanta: l’ultimo decennio del secolo è l’epilogo di un’epoca, quella della fiducia in un sogno possibile solo nella terra dell’abbondanza senza fine.

Più delle altre due stagioni, Impeachment prende di petto lo sgretolamento delle illusioni incarnate da un leader democratico, un uomo che offriva ai cittadini la possibilità di rispecchiarsi nella sua biografia umana e politica promettendo loro un orizzonte di speranza. D’altronde scegliendo come titolo Impeachment, Murphy (produttore nonché regista di due episodi, gli altri sono Laure de Clermont-Tonnerre, Michael Uppendahl e Rachel Morrison; Sarah Burgess è la showrunner, affiancata in sede di sceneggiatura da Flora Birnbaum, Daniel Pearle e Halley Feiffer) indica il tema nel vulnus istituzionale piuttosto che sul gossip sessuale. E infatti la prima delle dieci puntate, più che alla condotta inopportuna di Clinton, si interessa maggiormente all’oscura scomparsa di Vince Foster, già vice consigliere della Casa Bianca suicidatosi nel 1993, anno dell’insediamento del nuovo presidente.

Sarah Paulson. CR: Tina Thorpe/FX

Foster è il fantasma che aleggia in tutta la narrazione: è il cadavere che infrange la narrazione ottimistica promossa dalla nuova amministrazione, il morto che la funzionaria Linda Tripp (Sarah Paulson, vestale dell’universo di Murphy, è al solito clamorosa nonostante l’invasivo trucco protesico) vuole vendicare perché convinta che la coppia presidenziale sia in qualche modo responsabile del suicidio. Inoltre, l’uscita di scena di Foster porta Tripp, sua collaboratrice poco amata dai colleghi (lei si ritiene scomoda, in realtà è del tutto ignorata dalle alte sfere), a essere retrocessa in anonimo ufficio del Pentagono. Dove conosce la giovane stagista Monica Lewinsky (Beanie Feldstein, un po’ agnellina e un po’ feroce), che le confida di avere una relazione con il presidente (Clive Owen, che asciuga laddove il make up aggiunge).

Effettiva protagonista della serie, Tripp individua la strada per colpire Clinton nel modo più facile: le donne. Su consiglio della cinica agente letteraria Lucianne Goldberg (Margo Martindale, la caratterista più infallibile d’America), con cui sta lavorando a un libro sui retroscena dell’amministrazione, decide di registrare illegalmente le telefonate in cui l’amica fornisce dettagli sul rapporto. La storia la ricordiamo: quando Paula Jones denuncia Clinton per molestie, Tripp consegna i nastri alle autorità, si lascia usare per ordire una trappola alla ragazza, contribuisce a dare una svolta alle indagini.

Meno scontati sono due elementi che si intrecciano con la vicenda: la cassa di risonanza offerta da un nuovo sito internet, sorta di piattaforma in cui lanciare notizie non ufficiali ma provenienti da fonti interne alle stanze del potere; la macchina del fango costruita per colpire mediaticamente un avversario, che si avvale della stretta collaborazione tra politici, legali, esperti di comunicazione.

A maggior ragione, mettendo al centro Tripp, paladina di un’idea di servizio pubblico improntata sulla moralità, e Lewinsky, intelligente e contraddittoria preda di un uomo adulto e potente del quale disgraziatamente si è innamorata, Impeachment si pone, più che nei termini di una storia nell’ambito del Me Too, come una riflessione sulla fragilità e sulle incoerenze del sistema dei democratici americani che si rendono attaccabili pubblicamente a causa delle vite private. E sul ruolo delle donne, chiamate a vario titolo a misurarsi con l’impatto del tradimento.

Impeachment racconta la vendetta della frustrata e rancorosa Tripp, ma è anche l’elaborazione del lutto amoroso di Lewinsky, chiamata ad accettare – e a capitalizzare, ma questo resta più sfumato: ricordiamoci chi compare tra i produttori esecutivi – l’impossibilità della storia con Clinton non ha futuro. Ed è altresì il banco di prova di Hillary (Edie Falco, che si porta dietro il carisma di Carmela Soprano), la moglie che deve piegare le corna a proprio favore e l’alleata che deve riformulare il patto di fiducia con Bill. Ma se Linda e Monica finiscono per essere pedine del gioco, relegate ai margini o ridotte alla damnatio memoriae, Hillary conquista la luce dei riflettori e una rinnovata autorevolezza proprio in virtù del tradimento.

Edie Falco

È solo una delle tante strade battute da questa serie articolata come un’inchiesta, messinscena dove il crime appare più sfuggente di quanto annunciato dalle premesse e la narrazione fa fatica a trovare la compattezza e la forza dei capitoli precedenti. L’obiettivo appare del tutto coerente con gli schemi di Murphy: la ricostruzione a tesi con sfilata di interpreti impegnati in prove iperrealiste non immuni al grottesco.

E però si sfiora il rischio di non aggiungere niente a ciò che già conosciamo, con la questione Foster che da originale chiave d’accesso alla vicenda non riesce a farsi reale occasione d’interpretazione volta a completare un quadro già noto. Si ingrana tardi, insomma: lo scatto arriva a metà inoltrata, con l’imboscata e il successivo interrogatorio che si riallacciano alla prima puntata. Con uno stile cupo e sontuoso che occhieggia ad House of Cards, Impeachment resta un po’ sottotono e conferma ancora una volta lo stile di Murphy, che svela l’osceno di una società ipocrita attraverso le marche del melodramma di lusso.

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