Alaska

Un film che fa grandi sforzi per apparire autentico, il terzo lungometraggio di Cupellini. Racconto che resta esterno, senza mai farsi veramente cinema

4 Novembre 2015
2/5
Alaska
Astrid Berges-Frisbey e Elio Germano in una scena del film

Fausto, italiano, vive a Parigi, dove lavora come cameriere in un grande albergo. Nadine, francese, ventenne, è in quello stesso albergo, impegnata in un casting per modelle. Sulla grande terrazza si incontrano, si parlano, difendono il loro essere fragili e soli. Comincia un grande amore, sottoposto però a troppe pressioni…

Dopo Una vita tranquilla (2010), dove Toni Servillo era coinvolto in Germania in una cruda resa dei conti familiare, ecco Alaska, dove un altro italiano affronta grandi difficoltà in un paese straniero e fa i conti solo sulla propria capacità di reazione. Bisognerebbe sapere da Cupellini (che qui torna al cinema dopo aver codiretto la prima e la seconda serie di Gomorra) perché la sua idea di italiano fuori dai confini è quella di una persona isolata e indifesa, capace solo di aggredire e usare violenza. E anche è da chiedersi come mai che il personaggio di Fausto evolverà verso soluzioni dure, fatte di botte e sangue lo si capisce dopo pochi minuti… Citando questi due elementi, si sono evidenziati alcuni passaggi nei quali sono più forti le fratture psicologiche e caratteriali del copione.

Alaska (il titolo è il nome del locale notturno gestito da Sandro, amico di Fausto), terzo lungometraggio di Cupellini, è un film che fa grandi sforzi per apparire autentico, per dare credibilità ad una vicenda troppo spesso portata a uscire dal seminato. Ci vogliono pazienza e coraggio per accettare le insistite ripetizioni di odio/amore tra i due protagonisti. Ci vuole un pizzico di umorismo per non reagire alla faciloneria con cui il ricco Alfredo Wiel affida a Fausto il ruolo di direttore di un albergo a 5 stelle. Bisogna far finta di niente davanti a quella richiesta di matrimonio che chiude la vicenda. La regia non è sbagliata, è pero sprecata e chiusa dentro un percorso narrativo quasi mai credibile, come il suono di una moneta falsa. Il tema dell’emarginazione giovanile, delle difficoltà esistenziale, della precarietà quotidiana resta nascosto sotto una continua simulazione espressiva.

Il racconto resta ‘esterno’ e non si fa mai cinema, costeggia dramma e mélo restandone lontano. Per Elio Germano/Fausto è il momento di decidere se ripetere come in fotocopia il ruolo del bello e maledetto, o affrontare altri caratteri. E forse dalla vitalità del personaggio scelto può dipendere anche la riuscita del prodotto filmico.

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