A Tor Bella Monaca non piove mai

Marco Bocci passa dietro la macchina da presa e porta sullo schermo il suo romanzo omonimo. Qualche cosa da limare, ma è un esordio tutto sommato convincente

25 Novembre 2019
3/5
A Tor Bella Monaca non piove mai
Libero De Rienzo in A Tor Bella Monaca non piove mai

Senza la pensione della nonna e con un inquilino moroso che ha affittato un locale di loro proprietà, la famiglia Borri composta da due fratelli (Mauro- Libero De Rienzo e Romolo- Andrea Sartoretti), che vivono ancora sotto il tetto dei genitori (Giorgio Colangeli e Lorenza Guerrieri), è obiettivamente in difficoltà. Ma l’onestà, nella periferia romana, spesso non paga.

Così, mentre Mauro va avanti con lavoretti occasionali, sperando nel frattempo di tornare insieme alla sua ex fidanzata (Antonia Liskova), e l’ex delinquente pentito Romolo da anni lotta per conquistarsi una seconda opportunità, si fa spazio dentro di loro l’idea di farsi giustizia da soli. Anche perché, come si dice a Roma, e in questo caso a Tor Bella Monaca, non piove mai. Tradotto: le guardie non si vedono in giro.

Come dire dunque, cattivi si nasce o si diventa? E’ quello che si chiede Marco Bocci nella sua opera prima tratta dal suo omonimo romanzo: A Tor Bella Monaca non piove mai. Si parla di periferia e di rapine (tanto per cambiare: dopo gli appena usciti Gli uomini d’oro e Brave ragazze). Ma non è il solito film, per fortuna, incentrato su una rapina, e non è neanche il solito film sulla periferia romana.

Marco Bocci

Marco Bocci sul set di A Tor Bella Monaca non piove mai

Bocci sceglie infatti di raccontarci il pregresso, ovvero cosa accade dentro la testa di una persona perbene (un trentenne che ha addirittura paura della polizia) e come possa insinuarsi in lui la voglia di fare una rapina, niente meno che alla mafia cinese. 

Noto come attore, soprattutto per il ruolo del commissario Nicola Scialoja nella serie televisiva Romanzo Criminale e del vicequestore Domenico Calcaterra nella serie tv Squadra antimafia, Bocci per la prima volta dietro la macchina da presa riesce a convincere abbastanza, nonostante alcuni personaggi sopra le righe e una regia fin troppo desiderosa di dimostrare con inquadrature stile L’odio di Mathieu Kassovitz, con questo dramedy a tinte grottesche e un linguaggio a tratti da videoclip.

Nato nella provincia di Perugia e trasferitosi da ragazzo proprio nel quartiere di Tor Bella Monaca, il regista ben ci descrive la periferia romana con le sue sfumature di grigio, i suoi casermoni fatiscenti e le sue case popolari, con i suoi angoli cattivi, ma anche con le sue strade luminose.

Mette al centro le anime di due persone, diverse e contrastanti, confina le scene d’azione, relega la rapina in secondo piano, ci mostra le tentazioni degli esseri umani e l’importanza del saper riconoscere la propria natura.

Attinge, ovviamente, da Claudio Caligari (L’odore della notte, Non essere cattivo) nel descrivere l’hinterland romano attraverso due figure di confine, ma al tempo stesso se ne discosta mettendo in scena una famiglia di sani principi, lontana dalla criminalità, che sogna quella normalità (una casa e un lavoro) che sembra impossibile raggiungere in una Tor Bella Monaca dove non ci sono Jeeg Robot.

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