10 giorni con Babbo Natale

Meglio Mamma di Babbo: il sequel di Alessandro Genovesi perde brio e leggerezza, Diego Abatantuno non aiuta, anzi

3 Dicembre 2020
1,5/5
10 giorni con Babbo Natale

Non sempre un sequel è una buona idea. Almeno, ha una buona idea. 10 giorni con Babbo natale, seguito del fortunato e munifico (7, 5 milioni di euro al box office) 10 giorni senza mamma del 2019, rientra nel novero: fatte salve le ragioni produttive (Colorado con Medusa), e finanziarie, del cinema, lasciare anziché raddoppiare qui sarebbe stato d’uopo.

Co-sceneggiato, con Giovanni Bognetti, dal regista Alessandro Genovesi, salta la sala e arriva su Prime Video il 4 dicembre, riconsegnandoci la famiglia Rovelli: Carlo (Fabio De Luigi) e Giulia (Valentina Lodovini) dibattono sui propri compiti, ribaltati da quando lei ha ripreso a lavorare e lui si occupa dei figli, Camilla, Tito e Bianca (Angelica Elli, Matteo Castellucci e Bianca Usai); un viaggio in camper alla volta di Stoccolma, dove Giulia il 24 dicembre dovrebbe sostenere un colloquio per la promozione (con annesso trasferimento in Svezia), cambierà le carte in tavola, complice un sedicente Babbo natale (Diego Abatantuono) che i Rovelli prima investono e poi prendono a bordo.

L’incipit del film ritrova la cornice domestica dell’originale e dunque quella felicità, quel lessico familiare non sorprendente ma piacevole: Carlo e Giulia ai ferri corti, Camilla che sciopera per i gorilla nigeriani, Tito che si scopre Balilla sovranista, Bianca che ha piglio e parlantina (anche Bella ciao) ammirabili. Ma dura poco, allorché prendono il camper, ironia e brio, leggerezza e freschezza rimangono appiedate, si salva qualche bella inquadratura paesaggistica (capiamoci, da salvaschermo, nulla più), e il peggio è da venire: Babbo Natale è nocivo quale personaggio, ovvero narrativamente, e quale interpretazione, complice un Abatantuono sfiatato, stracco, svuotato. Di Natale, ma due palle.

Insomma, meglio mamma di Babbo, e l’epilogo come da più trita tradizione natalizia fa persino tristezza, insieme all’elogio/monito dell’unità familiare. Peccato (cupidigia, si direbbe).

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