Vivere, e male, senza Vittorio De Sica

"Forse un giorno la sua immagine si confonderà con quella di Umberto D.": 40 anni dopo, è successo?
12 Novembre 2014
Vivere, e male, senza Vittorio De Sica

Domani 13 novembre 2014 si celebrano i 40 anni dalla morte di Vittorio De Sica. Vogliamo ricordarlo con il commiato di Claudio Sorgi, pubblicato sul numero di ottobre/novembre 1974 della Rivista del Cinematografo: Quella vecchia fotografia era finita in fondo a un cassetto assieme a tante altre. Non l’avevo mai considerata molto importante per me. Ora la vado a cercare e me la guardo e me la rigiro tra le mani. È un  cardinale anziano, pieno di autorità, di dignità, con lo sguardo indulgente e saggio. Accanto c’è una dedica: My very best wishes to Claudio Sorgi – De Sica – 1968. Fu la prima ed unica volta che ebbi occasione De Sica e, in una certa misura, di lavorare con lui. Io collaboravo come consulente alla sceneggiature in un film nel quale De Sica faceva il cardinale e Anthony Quinn era il protagonista, il papa. Ora che De Sica è morto, non posso certo dire di averlo conosciuto bene, né di aver goduto della sua amicizia, e in un certo senso, ciò mi avvantaggia nel ricordo e nella preghiera, perché ho di lui l’immagine pubblica, lo conosco come lo conosce la folla che ho visto ai suoi funerali. Non sono abbastanza vecchio da ricordare le polemiche attorno a De Sica regista di Sciuscià, ma lo sono tuttavia per rivedere nella memoria le cartoline con la fotografia di De Sica-attore-bello-ma-non-divo.  Perciò, mentre sento la chiesa di San Lorenzo, che si muove, prende vita un po’ paurosamente sotto l’ondeggiare della folla, mi sento commuovere fino in fondo e un po’ smarrito. Di “questo nostro fratello Vittorio” non sono né parente né amico né conoscente. Eppure mi pare di aver diritto alle condoglianze, perché è qualche cosa di mio che stiamo portando alla sepoltura, qualcosa che ha accompagnato a tappe, con volti diversi ma sempre familiari, l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza, la maturità.  La gente grida: addio, Vittorio e poi bisbiglia. Non è dolore per non poterlo più vedere, per loro come per me, perché, in fondo, lo avevamo visto pochissime volte di persona e ora potremo continuare a vederlo come prima, né più né meno: attraverso la sua immagine. Ma è che quella bara è un segno: è appunto l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza, il tempo, un secolo, un’epoca che sfuoca fino alla dissolvenza su quella bambina che ora bacia la bara e che fra quarant’anni scoverà nella memoria questa immagine ingiallita tra le tanti di una folla di morti.  Anche perché lui, da vivo, ha fatto di tutto per non essere un mito e c’è riuscito. Ho trovato in questi giorni, leggendo tutto quello che si è scritto su di lui, una sua testimonianza: “Sarà presunzione – diceva – ma non potrei rinunciare a credere che sono capace di comprendere gli uomini, i loro sentimenti, le loro miserie, i loro drammi. Quando sono in mezzo alle prove, gli uomini tornano alle basi dimenticate dalla nostra cultura, della nostra fede, della stessa natura. Tornano alle parole e all’insegnamento di Cristo e, attraverso questi, all’Arte il cui linguaggio è, per la sua stessa essenza, umano. All’arte e, di conseguenza, anche all’arte del film. Io ho sempre fatto in modo che questo gioco che in definitiva è il cinema sia una verità, un  messaggio che va dritto al cuore degli uomini di oggi e che domani non andrà perduto”.  Eccolo tutto qui De Sica. Grande attore, grandissimo regista e poeta, signore dello spettacolo e della vita, amico buono e cordiale di molti, spiritoso, gentile, amabile. Ma anche uomo serio e consapevole nell’uso rigoroso dei sentimenti e dell’intelligenza, pensando agli uomini, amandoli nello sforzo continuo di capirli, attaccato alle origini popolarti della sua cultura e della sua fede.  Ora si scriveranno su di lui saggi e libri. Si faranno commemorazioni. Si rivedranno le sue opere, si analizzeranno. Al suo nome saranno dedicati circoli, scuole, strade. Di lui parleranno tutte le storie della cultura. E, nella memoria, diventerà ancora più grande di quello che è stato. Ma resteranno aspetti nascosti e profondi della sua grandezza umana che solo chi gli è stato veramente intimo potrebbe svelarci e che noi possiamo solo intuire. Cristianamente lo pensiamo al cospetto di Dio giudice e padre. Egli ha certamente sbagliato come ogni uomo sulla terra. Mentre l’affidiamo alla misericordia divina, andiamo cercando i motivi del suo perdono per la casa del Padre. Egli fu buono, amò gli uomini, pensò a loro, coltivò con discrezione la sua fede, mantenne una sostanziale modestia nella grandezza, non si lasciò montare la testa dalle esenzioni e dai privilegi morali che i grandi reclamano. Ma soprattutto realizzò quel suo proposito di fare un cinema che fosse verità, messaggio che va dritto al cuore degli uomini di oggi e che domani non andrà perduto. Ha fatto qualcosa che migliora l’uomo. Forse un giorno la sua immagine si confonderà con quella di Umberto D., perché ricorderemo di lui la stessa ansia di trovarsi con gli altri, di incontrarli, di scoprire la solidarietà, la comunione. In più ci sarà il suo sorriso. 

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