Varda un po’!

Un anno fa ci lasciava, ora il suo film testamento Varda by Agnès arriva in sala: il 2 marzo, con Cineteca di Bologna
Varda un po’!

Un  anno  fa  ci  lasciava  Agnès  Varda. La Cineteca di Bologna – da tempo vicina  al lavoro di una delle grandi maestre del cinema – le rende omaggio portando  dal  2 marzo nelle sale italiane il suo film testamento, Varda by Agnès,  presentato  lo  scorso anno al Festival di Berlino, poche settimane prima della morte della regista, avvenuta il 29 marzo 2019.

Per  accompagnare  l’uscita  in  sala  di  Varda  by Agnès, autoritratto di un’intera  vita  di  cinema, la Cineteca di Bologna rende disponibili altri quattro titoli della regista: uno dei suoi capolavori, Cléo dalle 5 alle 7, diretto  nel  1962;  Daguerréotypes,  racconto  del  1976 della sua Parigi, partendo  dalla  via  che ha sempre ospitato la sua casa di produzione, Rue Daguerre;  Salut  les  cubains,  reportage dalla Cuba del 1963; Réponses de femmes, breve lavoro realizzato nel 1975, per rispondere alla domanda: “Che cos’è una donna?”.


Dopo aver distribuito una delle più belle sorprese del 2018, il film realizzato da Agnès Varda a quattro mani con l’artista JR, Visages Villages, la Cineteca di Bologna torna sull’opera di Agnès Varda con l’ultimo film, Varda by Agnès, così descritto dalle sue stesse parole: “Il progetto è quello di fornire le chiavi della mia opera. Il film si divide in due parti, una per secolo. Il Ventesimo secolo va dal mio primo lungometraggio La Pointe courte nel 1954 all’ultimo del 1996, Cento e una notte. Nel mezzo ho girato documentari, film, lunghi e brevi.
La seconda parte inizia nel Ventunesimo secolo, quando le piccole cineprese digitali hanno cambiato il mio approccio al documentario, da Les Glaneurs et la glaneuse nel 2000 a Visages Villages diretto con JR. Ma in quel periodo ho creato soprattutto installazioni d’arte, i Triptyques atypiques, le Cabanes de Cinéma, e ho continuato a fare documentari, come Les Plages d’Agnès.
Tra le due parti c’è un piccolo promemoria della mia prima vita di fotografa. Potremmo chiamarla lectio magistralis, ma non mi sento una maestra e non ho mai insegnato. Non mi piace l’idea. Non volevo farne una cosa noiosa. Così si svolge in un teatro pieno di gente, o in un giardino, e cerco di essere me stessa e di trasmettere l’energia o l’intenzione o il sentimento che voglio condividere. È quello che chiamo cine-scrittura, in cui le scelte partecipano a qualcosa che si chiama stile”.

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