Un’arca nell’oceano

"Nei film di Sokurov grande lucidità e in questo esperimento letterario anche un'inattesa ironia", dice Enrico Ghezzi. Con l'autore, Viganò e Gnoli per il primo libro del cineasta russo
21 Dicembre 2009
Un’arca nell’oceano
Il regista e scrittore Aleksandr Sokurov

Il Pontificio Consiglio della Cultura è stato il teatro della presentazione del libro di Aleksandr Sokurov “Nel centro dell’oceano”, prima opera letteraria del regista russo. In collaborazione con la Fondazione Ente dello Spettacolo, l’incontro ha visto la partecipazione del giornalista di Repubblica Antonio Gnoli, del critico cinematografico Enrico Ghezzi oltreché, naturalmente, dell’autore. Il Presidente dell’Ente dello Spettacolo Dario Edoardo Viganò ha introdotto l’incontro ricordando che “nel 2007, a Venezia, proprio a Sokurov è stato conferito dall’Ente dello Spettacolo il premio Bresson, così come a Roma per il Tertio Millennio Film Fest è stato presentato il suo film Alexandra”. Viganò ha ricordato anche che “l’Ente sta preparando un libro speciale sul cinema e l’arte che sarà pronto per marzo e che avrà come cifra interpretativa proprio l’oceano”. Antonio Gnoli si è detto “sorpreso dalla capacità di Sokurov di raccontarsi anche attraverso lo strumento della scrittura: Nel centro dell’oceano è un libro in cui l’esperienza di cineasta pare un’eccezione, un libro che privilegia sullo sfondo un’immagine della Russia che ha subito cambiamenti epocali e che conserva sempre un fondo di infelicità, controbilanciata da una Natura che sola può riscattarla. Il rapporto con la tradizione – ha continuato Gnoli – è vissuto come esperienza per opporsi a tutti i totalitarismi, in particolare in un Paese con una forte esperienza totalitaria dall’alto come la Russia, così come l’America vive un totalitarismo dal basso. Nel libro di Sokurov il camminare risulta più importante dell’arrivo, idea filosofica vicina, ad esempio, ai Sentieri interrotti di Heidegger. Nella capacità di dubitar – ha concluso Gnoli – sta l’antidoto ai totalitarismi, là dove però oggi un mezzo come la televisione è percepita come passività che obnubila la possibilità del dubbio, così come il cinema che, secondo Sokurov, corre il rischio di essere crudele: le cose non stanno così, nel momento in cui si stabilisce un patto di responsabilità con lo spettatore dopo il quale può esserci anche crudeltà, tradimento e tanto altro”.
Enrico Ghezzi ha aperto il suo intervento richiamando l’attenzione sul concetto di assopimento considerato come “un’azione passiva nell’addormentarsi guardando i film preferiti. La scrittura di Sokurov è complessa, una voce, un pensare come incantamento da dormiveglia. Nei suoi film vi è una grande lucidità e in questo suo esperimento letterario anche un’inattesa ironia che rende meno pesante la scrittura. Lo sguardo di Sokurov è uno sguardo che annette altri sguardi. La sua è una critica durissima al cinema, soprattutto americano, violento come la televisione. E’ necessario un elemento ipnotico di base per vedere qualunque film, anche di Sokurov, il quale conserva un sentimento oceanico, un gioco amniotico con se stesso”. Aleksandr Sokurov ha definito il proprio lavoro “imperfetto per non avere qualità brillanti da artista”. Ha ricordato la recente pubblicazione del libro di Papa Benedetto XVI Gesù di Nazareth nel quale “c’è un’analisi interessante sull’uomo che si pone domande su ciò che lo attende;  rispetto al Rinascimento, ai tempi di Faust, sappiamo molto di noi ma continuiamo ad ignorare cosa ci attende. Nel libro del Papa la parola è associata al pane, ma che cos’è questo pane? La parola è molto più importante dell’immagine, è l’origine di tutto”. Il grande regista ha ricordato come “in Italia si parla molto della Russia ma io non rappresento il punto di vista della maggior parte dei russi, appartengo a spazi diversi. Non parlando in astratto della violenza nel cinema come nella vita mi appello al luogo in cui mi trovo, perché l’unico ente che contrasta tale violenza è la Chiesa: far vedere a milioni di spettatori tanta crudeltà è come mettere in mano ad un bambino un rasoio per farlo giocare. Questo libro – ha concluso Sokurov – rispecchia i miei difetti, nel tentativo di rendermi comprensibile”.

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