Un Tran chiamato Murakami

"La sfida più grande? Quella comune a tutti gli adattamenti: non portare una storia sullo schermo, ma i sentimenti che la lettura ha suscitato", dice il regista vietnamita di Norwegian Wood
2 Settembre 2010
Un Tran chiamato Murakami

“Ho letto Norwegian Wood nel 1994, quando venne editato per la prima volta in Francia: è stata una lettura folgorante, un romanzo che ho amato immediatamente e che avrei voluto subito portare sul grande schermo. Non sapevo che Haruki Murakami fosse un autore così famoso e decisi di non leggere altri suoi libri, per mantenere intatta la freschezza dell’emozione suscitata dalla lettura fino a che non fossi riuscito a farne un film”. Così Tran Anh Hung, regista vietnamita ma cittadino francese dall’età di 12 anni, racconta la genesi del suo nuovo lavoro, Norwegian Wood, tratto dal romanzo omonimo del giapponese Haruki Murakami (scritto nel 1987 e pubblicato per la prima volta in Italia nel ’93 da Feltrinelli con il titolo Tokyo Blues, poi rieditato nel 2006 da Einaudi con il titolo originale), stasera in Concorso a Venezia, dove il cineasta ritorna quindici anni dopo il Leone d’Oro ottenuto per Cyclo: “La sfida più grande è stata quella che accomuna tutti gli adattamenti – dice ancora Tran – ovvero cercare di portare sullo schermo non semplicemente una storia, ma le emozioni e i sentimenti che dalla lettura hanno preso forma”. Per farlo, Tran si è avvalso della piena collaborazione dell’autore del libro, che ha anche contribuito alla stesura di alcuni dialoghi originali non presenti nel romanzo: “La libertà più grande che mi ha dato Murakami – racconta il regista – viene dalla sua profonda cultura cinematografica e dal fatto che sappia meglio di molti altri quanto il cinema e la letteratura siano arti completamente differenti”. E che trovano nell’adesione personaggio/attore la più ardua delle difficoltà: per aggirare l’ostacolo, Tran si è affidato a tre interpreti in particolare, Ken’ichi Matsuyama (il protagonista maschile Watanabe), Rinko Kikuchi (candidata all’Oscar per Babel, qui è Naoko) e l’esordiente Kiko Mizuhara (nel film Midori): “Li ho scelti seguendo come sempre una convinzione che mi porto dietro da tempo – dice il regista -, quella di trovare attori in grado di sprigionare un’umanità che corrisponda a quella dei personaggi”. Chiamati a misurarsi con una tra le opere fondamentali della recente letteratura nipponica, tradotta in 33 differenti lingue: “Ho letto il libro per la prima volta pochi mesi prima dell’inizio delle riprese – dice Matsuyama – e la cosa inzialmente più difficile è stata provare a pensare nello stesso modo di Watanabe, rapportarsi come lui con le due protagoniste femminili”. “Il romanzo l’avevo letto quando avevo 18 anni, ormai 11 anni fa – racconta Rinko Kikuchi – e la prima impressione, la più vivida, fu quella di trovarmi di fronte ad un autore che avesse un enorme rispetto nei confronti dei teenager: l’unica cosa che non riuscivo a capire era perché Naoko volesse morire. L’ho compreso crescendo, con l’esperienza personale e interpretando il film”. Che a differenza del libro – dedicato da Murakami “agli amici che sono morti e a quelli che restano” – Tran Anh Hung non ha ancora dedicato a nessuno: “Sinceramente non mi è mai venuto in mente”.

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