Un traductor, storia di un uomo e di un Paese

"Volevamo raccontare come un cambiamento internazionale si riflette nella vita delle persone", dichiara Rodrigo Barriuso, regista del film cubano in concorso a Tertio Millennio
Un traductor, storia di un uomo e di un Paese
Rodrigo Barriuso - Foto Karen Di Paola

“Un film sulla traduzione”: così, con una battuta che contiene già una spiegazione, Rodrigo Barriuso ha presentato Un traductor, il film che ha diretto con suo fratello Sebastián.

“Per me e mio fratello è importante poter aprire un dialogo con pubblici diversi, portando in giro per il mondo un film che parla della storia di un uomo e di un Paese”.

Al termine del film, in concorso a Tertio Millennio Film Fest, Barriuso ha risposto alle domande del pubblico.

Dove nasce il bisogno di raccontare questa storia? “Mio fratello, a una festa, ha incontrato dei ragazzi russi e ha pensato: hanno più o meno la stessa età dei bambini di Chernobyl che arrivarono a Cuba dopo il disastro nucleare. Allora abbiamo chiesto a papà delle informazioni per costruire un film che partisse proprio dalla sua storia”.

“In questo film”, continua, “io non ci sono: sono quello nella pancia della mamma”.

C’è un disallineamento temporale nel film: Un traductor fa collimare la caduta del muro di Berlino con la storia del padre di Rodrigo e Sebeeatián, che è accaduta in realtà nel 1988.

“Una licenza poetica temporale”, spiega Barriuso, “che ci ha permesso di raccontare la crisi economica di Cuba e allo stesso tempo il grande cambiamento internazionale della fine del campo socialista che si riflette nella vita delle persone, soprattutto in quella di mio padre”.

La Russia ha partecipato in qualche modo al film? “la Russia di oggi tende a rifiutare un po’ la vicenda di Chernobyl, quindi non c’è stato un intervento produttivo”.

E Cuba? “Certamente ci ha supportato molto. Il nostro film mette in scena delle criticità che non possono essere ignorate. Io e mio fratello siamo fieri di essere cubani.

“Quando abbiamo ideato il film”, racconta il regista, “in Europa c’era una forte crisi migratoria: noi volevamo far passare un messaggio di solidarietà, volevamo fare qualcosa di concreto”.

Oggi che fa il padre? “Non ha più discusso la tesi di dottorato”, svela, “oggi vive a Varese, dove insegna all’università. Con la fine del campo socialista, come tutti i professori di letteratura russa, si è dovuto reinventare. Si è appassionato alla letteratura italiana, è arrivato in Italia e da qualche anno è docente di letteratura ispano-americana”.

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