Un Po di Ferreri

"Le sue provocazioni ricerca di verità", dice il fotografo Cevallos. Al Museo del Cinema una mostra sul regista con oltre 100 scatti
4 Aprile 2008
Un Po di Ferreri
Marco Ferreri e Caroll Bakersul set de L'harem @ Angelo Frontoni

Marco Ferreri in mostra al Museo del Cinema di Torino. Per presentarla, parola al direttore Alberto Barbera, con due ricordi doverosi: Kinkery Kelly, regista-programmista: “dono di cultura e di umanità” e  Rafael Azcona, scomparso il 24 marzo, sceneggiatore di ben 12 film di Ferreri: “Un sodalizio lunghissimo che ha dato risultati eccezionali, cambiando la storia del cinema”.
Dalla donazione fatta da Jacqueline Ferreri al Museo di tutto l’archivio personale del marito si sono susseguiti eventi per omaggiare l’opera del regista italiano scomparso nel 1997: dalla giornata dedicata dal TFF con la proiezione di Dillinger è morto alla creazione di un corner all’interno della Mole con tre opere d’arte: la scultura lignea degli anni ’70 di Ceroli dove è evidentissimo che a salire la scala è il regista, il ritratto d’autore di Pasotti e una tela appositamente dipinta per il film I love you. Fino ad arrivare ad oggi, a questa mostra e alla retrospettiva completa dei film. “Abbiamo catalogato tutte le 2700 foto di scena e di set, tutti i premi, diverse sceneggiature. Un archivio importante che – sottolinea Barbera – sarà a disposizione dei ricercatori che vorranno studiarlo”.
La mostra è divisa in due parti: sulla cancellata esterna della mole alcune foto di set mentre nell’Aula del Tempio è stata allestita la personale del fotografo ecuadoregno Fabian Cevallos. “Interpretavo attraverso i miei scatti quello che stavo vivendo” dice Cevallos, ricordando che Ferreri sul set lo definiva “un’anima in pena” perché cercava di capire la storia: “Devo dimostrare, ma non troppo, gli rispondevo. Era un uomo con una grande sofferenza interna, nei suoi film era chiaro che le sue provocazioni erano solo ricerca di verità”. E racconta  la sua carriera, da quando al cinema gli offrivano sempre parti da messicano per gli spaghetti western, fino al travaglio interno che lo portò alla fotografia: “Nella cultura indiana fotografare significa rubare l’anima! E io non lo volevo fare. Poi ho imparato a comprendere la fotografia e a provare a essere credibile. E i miei servizi sono diventati del veri reportage. Visconti mi invitò sul set di Ludwig e guardando le tre foto che avevo realizzato mi disse che avevo un dono, conoscevo la verità”.
Alla mostra è legata la retrospettiva al Cinema Massimo, aperta dalla proiezione di uno dei film più sfortunati di Ferreri: L’uomo dei cinque palloni, prodotto da Carlo Ponti e interpretato da Mastroianni, Tognazzi e Catherine Spaak nel ’65. che Ponti non volle distribuire per timore di un insuccesso commerciale. Poi venne ridotto a 35 minuti e distribuito in un film a episodi: “Eppure – sottolinea Barbera – si tratta di uno dei film più belli, più fantasiosi e bizzarri di Ferreri. Quella che viene proiettata è l’unica copia esistente al mondo. Sarà quindi un’occasione per vedere un film “maledetto” e  vedere anche i tagli imposti”.

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