Un Ago nel cuore

"Non un risarcimento, ma un atto dovuto", dice Francesco Del Grosso. Che racconta il Di Bartolomei uomo e campione in 11 metri
1 Novembre 2011
Un Ago nel cuore

“Non un risarcimento, ma un atto dovuto”. La voce quasi tremante, la consapevolezza di aver rispolverato dall’oblio mediatico un personaggio che invece, dal cuore della gente, a Roma, non è mai stato allontanato. Francesco Del Grosso (classe 1982, già regista del documentario Negli occhi, dedicato a Vittorio Mezzogiorno) ha portato ieri sera al Festival di Roma il suo 11 metri, ritratto su Agostino Di Bartolomei, storico capitano del secondo scudetto romanista, morto suicida a 39 anni, il 30 maggio 1994, a dieci anni esatti dalla storica e sfortunata finale di Coppa dei Campioni, persa dalla squadra giallorossa ai calci di rigore contro il Liverpool, allo Stadio Olimpico, di fronte ad oltre 80.000 tifosi. “Non può essere casuale quella data”, il ragionamento di molti addetti ai lavori intervistati nel documentario, “il suicidio è un atto talmente stronzo e imponderabile che richiede una determinazione che sconfina nella follia. Alla coincidenza con Roma-Liverpool ho sempre creduto relativamente”, dice invece il figlio Luca, che quel giorno aveva 11 anni e che, insieme al fratellastro più grande, Gianmarco, ha “costretto” la madre, Marisa Rinaldi, “a tramutarmi in clown, per aiutarli a superare il dolore e per non allontanare la figura di mio marito ho da subito voluto che venisse ricordato per le cose belle che facevano insieme, per le risate, le scemenze”. Sì, perché a dispetto delle apparenze, quell’uomo così taciturno e introverso, che da anni portava sempre con sé un borsello con una calibro 38 dentro (la stessa utilizzata per quel colpo al cuore), si dice in seguito ad un tentativo di rapina subìto, era in realtà custode di uno straordinario senso dell’umorismo, di enorme affetto verso le persone amate (i familiari, gli amici e i compagni di squadra più cari), punto di riferimento tanto in campo quanto nella vita privata. Lo ricordano così anche i calciatori che in quei primi anni ’80 condivisero con lui la gloria di un percorso indimenticabile, da Bruno Conti a Roberto Pruzzo, da Odoacre Chierico a Franco Tancredi, da Ubaldo Righetti a Sebino Nela, che racconta: “La squadra pendeva dalle sue labbra, ricordo una domenica che tornò negli spogliatoi e ci disse che non avremmo giocato perché non si era raggiunto l’accordo con la società per quello che riguardava alcuni premi. Mancava poco all’inizio della gara, noi restammo tutti vestiti, compatti nel rispettare quanto ci aveva appena detto”.
Quasi fuori posto in un ambiente, quello del calcio, che alla serietà degli uomini ha sempre apparentemente preferito la cialtroneria dei “personaggi”, Agostino Di Bartolomei venne ceduto dal presidente Viola al Milan nella stagione successiva alla finale persa contro il Liverpool. Poi, verso la fine degli anni ’80, le due stagioni alla Salernitana, portata dalla serie C alla serie B, fino al ritiro dal calcio giocato e la nuova vita a Castellabate, nel Cilento, dove tentò invano di aprire un centro polisportivo per i ragazzi e da dove continuava a scrivere lettere alla presidenza della A.S. Roma, “segnali criptati” con la speranza di essere nuovamente coinvolto, stavolta da dirigente, nella squadra amata. E poi quel gesto, quel colpo dritto al cuore, l’ultimo calcio di rigore sparato per sfondare la rete, ad occhi chiusi.
Il documentario di Del Grosso – prodotto da Salvatore Allocca e Daniele Esposito – parte da Tor Marancia, passa dall’oratorio San Filippo Neri, dallo stadio Olimpico a San Siro, dal fango dei campi di serie C allo splendido scenario del Cilento, ritorna all’Olimpico – con lo speaker dell’epoca a scandire la formazione giallorossa e la conseguente ovazione al nome di Agostino Di Bartolomei -, termina su un campetto in terra battuta con un bambino giallorosso, maglia numero 10, che calcia un tiro dal dischetto: 11 metri, la distanza incolmabile tra un campione e un mondo che non ha saputo tenerlo con sé.

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