Tutti per uno, uno per tutti

"Un film che non è solamente farsa, ma romantico e metafora dei nostri tempi", dice Giovanni Veronesi. Che porta in sala dal 27 dicembre i suoi Moschettieri del re: Favino, Mastandrea, Papaleo e Rubini
Tutti per uno, uno per tutti
Moschettieri del re - Foto Pietro Coccia

“Fare un film sui moschettieri è un’idea che mi accompagna da molto tempo. Già negli anni ’80 volevo girarlo con Francesco Nuti, Roberto Benigni, Massimo Troisi e Carlo Verdone, ma era un progetto che non vide mai la luce. Poi l’anno scorso fortuna ha voluto che Indiana in produzione e Vision in distribuzione mi abbiano lasciato carta bianca per portare avanti l’idea, anche di poter scritturare un cast come questo, composto da attori veri, non comici puri, ma capaci di tempi comici straordinari”.

Giovanni Veronesi presenta il suo Moschettieri del re – La penultima missione, che sarà nelle sale dal 27 dicembre in circa 500 copie distribuito da Vision.

Costato circa 5,5 milioni di euro, il film è interpretato da Pierfrancesco Favino (D’Artagnan), Valerio Mastandrea (Porthos), Sergio Rubini (Aramis), Rocco Papaleo (Athos), Margherita Buy (Regina Anna), Matilde Gioli (ancella della regina), Giulia Bevilacqua (Milady), Valeria Solarino (Cicognac), Alessandro Haber (Mazzarino) e Lele Vannoli (il servo muto): “I quattro protagonisti – dice ancora Veronesi – hanno ormai superato i cinquant’anni, sono attempati, arrugginiti, pieni di acciacchi e disillusi, ma sono costretti a tornare in sella ad un cavallo e a impugnare nuovamente la spada perché la loro regina Anna d’Austria li richiama a Corte per una missione segreta, per salvare la Francia dalle trame ordite dal perfido Cardinale Mazzarino con la sua cospiratrice Milady”.

Ispirato al celeberrimo romanzo di Dumas (I tre moschettieri), portato sul grande schermo innumerevoli volte e in varie versioni, il film “non è solamente una farsa, ma ha degli aspetti romantici. Lo considero come una fuga dai nostri giorni per rifugiarci in un passato, il ‘600, con l’Europa devastata dalle guerre di religione, dove comunque è ben evidente la metafora con l’oggi”, aggiunge il regista, che torna ad un film in costume vent’anni dopo Il mio West: “All’epoca volevo fare un western con i miei amici, invece poi mi sono lasciato convincere di fare un ibrido, con il cast internazionale e recitato in inglese, ma è venuto fuori un qualcosa lontano da noi”.

“Il pubblico ha ancora bisogno di classici e il cinema deve saperli rendere contemporanei”, dice Sergio Rubini, di nuovo diretto da Giovanni Veronesi: “Con lui avevo fatto i due Manuale d’amore poi tante altre cose ma in ruoli minori, quindi quando mi ha chiamato per questo ho pensato che finalmente si era ricordato di me anche per ruoli più significativi”, spiega l’attore, che aggiunge: “Montare un film del genere in Italia oggi come oggi è un’operazione controtendenza, spregiudicata, con un super-cast e una troupe di altissimo livello”.

Rapporto con i classici non proprio idilliaco, invece, per Valerio Mastandrea, recentemente uscito nelle sale con il suo primo film da regista (Ride), qui invece tornato a vestire i panni dell’attore brillante: “Non volevo essere un moschettiere da bambino, non ho neanche mai letto il libro, diciamo che ho un grande problema con i classici, soprattutto perché sono scritti in corpo 6… Ma ho detto subito di sì alla proposta di Giovanni, intanto perché tornavo a lavorare con lui dopo oltre 20 anni (Viola bacia tutti, 1997, ndr) e poi per i compagni d’avventura sul set, da Favino che conosco da una vita, fino a Rocco Papaleo, che uno cerca di accompagnare per queste sue ultime cose (ride, ndr)”.

“La prima cosa che ho pensato è che era un bel gruppetto di attori e che dovevo partecipare per forza per aiutarli a capire come fare per essere moschettieri e ironici allo stesso tempo”, racconta scherzando Rocco Papaleo.

Assente giustificato alla presentazione del film, Pierfrancesco Favino (in Brasile per girare il nuovo film di Marco Bellocchio, Il traditore, ndr), sostituito da un cartonato a grandezza naturale con le fattezze di D’Artagnan.

Personaggio che nel film non esita un attimo di fronte alla richiesta della regina, impersonata da Margherita Buy: “Ci siamo divertiti molto. Con l’idea che poi sarebbe stato un bellissimo film. Giovanni è stato bravissimo a tenere le redini di tutto quanto. Personalmente, poi, è stata un’esperienza che mi è servita soprattutto per capire quanto sono stata fortunata a nascere in quest’epoca e non in quella. Già solo per quegli abiti che solo per levarli ci metti un giorno. E preferisco di gran lunga il treno alla carrozza. E pur soffrendo l’aereo, preferisco l’aereo alla carrozza”, racconta divertita l’attrice.

Che divide molto spesso la scena con la giovane ancella, interpretata da Matilde Gioli: “Sono entusiasta del lavoro che il regista ha fatto con me, soprattutto perché è stato il primo a tirarmi fuori questo lato comico. Nel film si passa con disinvoltura e buon ritmo da momenti divertenti a momenti epici. È un insieme di situazioni dove il confine tra il rispettare il contesto storico e le allusioni all’oggi è molto sottile”.

La Milady di Giulia Bevilacqua, invece, è un “ruolo ambiguo, enigmatico, fiera di essere quello che è, una sorta di uccello del malaugurio consapevole. Credo che questo – continua l’attrice – sia un film in costume per certi versi iperrealista ma dove ognuno di noi poteva mantenere il proprio accento, creando in questo modo l’aspetto comico. L’abito, il costume, nel cinema fa il monaco”.

Ma questa “penultima missione” nel sottotitolo è diretta allusione ad un futuro sequel? “No, precisa Veronesi: io ho fatto questo film pensandolo per il cinema, con pochi primi piani, tanti totali e tante scene di battaglia, ottimo per la fruizione in sala. Quello che avverrà dopo non è affar mio e quella frase non è l’annuncio di un sequel quanto piuttosto una frase che ho deciso sarà presente sotto al titolo di tutti i miei altri, prossimi film”.

Magari, anche i prossimi, con le musiche originali firmate da Luca Medici (in arte Checco Zalone), che nei credits dei Moschettieri del re si firma “Gratis Dinner”, il compenso che ha dichiarato di aver ricevuto, ovvero “qualche cena gratis”, per il disturbo. “Il tutto è nato una sera a casa di Pietro Valsecchi, quando Luca mi ha sentito parlare del film e ha detto che avrebbe voluto fare lui le musiche. Ha fatto il compositore vero e proprio e quando mi ha portato il tema principale del film, era bellissimo e gli ho chiesto subito se l’aveva rubato a qualcun altro che sennò si andava in galera”.

 

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