Tutti i battiti di Jacques

"Fino a 40 anni ho vissuto una sorta di autismo. Poi è arrivato il cinema", confessa Audiard. A Roma per presentare Un sapore di ruggine e ossa
28 Settembre 2012
Tutti i battiti di Jacques

Il cinema di Jacques Audiard non cerca l’anima nel corpo. Sarebbe come ammettere che quest’ultimo è l’involucro della prima. Invece no. L’anima è il corpo. Non a caso nei titoli ne troviamo quasi sempre “qualche” traccia: Sulle mie labbra, Tutti i battiti del mio cuore, persino il profeta (tra i suoi lavori quello che più esaspera la fisicità “centrandola” sull’asse poetico/narrativo) rimanda etimologicamente alla fonazione, al suono, dunque alla bocca. Così anche Un sapore di ruggine e ossa, il suo ultimo lavoro (dal 4 ottobre in 120-140 sale italiane distribuito da BIM).
Tratto dalla raccolta di racconti di Craig Davidson (Ruggine e ossa, edizione Einaudi), il film è, come spesso nei lavori di Audiard, la storia di un incontro: Ali (Matthias Schoenaerts), un giovane uomo con figlio di cinque anni a carico, che vive dalla sorella e tira avanti come può, tra impieghi da vigilantes e incontri di lotta clandestini; e Stèphanie, una bella istruttrice di orche a cui vengono amputate le gambe dopo un terribile incidente capitatole proprio a causa di uno di questi mammiferi. La schiettezza quasi brutale di Ali ben si lega con il pudore e la delicatezza della ragazza, favorendo la nascita di un sentimento d’amicizia che presto si evolverà verso qualcosa di più importante.
Da dove nasce l’interesse per i racconti di Davidson, in cui peraltro non c’è traccia dei due personaggi del suo film?
In un certo senso Davidson soddisfaceva un desiderio covato sin dalla fine della lavorazione de Il profeta. Quello era un film chiuso, senza luce e senza amore, mentre questo, grazie alle storie e agli ambienti descritti dallo scrittore, è esattamente l’opposto: pieni di luce e di sentimento. Ho potuto coronare il sogno di girare un vero melodramma d’amore, tornando ad avere per protagonista una donna.
A proposito dei personaggi, è la prima volta che un suo film ne ha, non uno, ma due principali. Come ha influito questo aspetto nella costruzione del punto di vista, vista la sua predilezione per un taglio soggettivo della storia?
In effetti è stato un bel problema. C’era una prima versione della sceneggiatura in cui l’uomo e la donna avevano medesimo spazio, una sorta di bilanciamento del punto di vista. Mi sono accorto però che così il film non funzionava.Ho cambiato privilegiandone uno. Il vero protagonista è diventato Ali, è lui che compie il cammino più tortuoso.
La definirebbe una parabola di vita?
Un percorso di crescita: da fratello maggiore Alì diventa padre del bambino. Con Matthias abbiamo lavorato molto sul personaggio che inizialmente avrebbe dovuto essere più brutale e violento nei confronti del figlio. Ma un personaggio del genere non avrebbe mai attratto Stéphanie. Abbiamo deciso così di immaginarlo più giovane e immaturo. Conquista un’autentica paternità solo quando rischia di perdere suo figlio. Letteralmente quando tira fuori suo figlio dal ghiaccio è come se assistessimo a un parto, al parto della sua paternità.
I suoi film descrivono spesso personaggi isolati, in lotta con il mondo.
Sarà un retaggio autobiografico (ride, ndr). Fino a 40 anni ho vissuto una forma di autismo, un disagio nello stare al mondo. Non è un caso se ho iniziato a lavorare come sceneggiatore, un mestiere che ti isola. Così come non è un caso se ho deciso di passare alla regia: solo così avrei potuto parlare con almeno due-tre persone alla volta. In fondo il cinema è la traduzione collettiva di un’idea singola.
Un’altra costante dei suoi personaggi è l’esperienza di un handicap: Carla di Sulle mie labbra soffriva di una parziale sordità; Thomas di Tutti i battiti del mio cuore di nevrosi derivate da una vocazione frustrata; ne Il profeta il disturbo di Malik è di natura sociale, essendo in carcere e privo della libertà. Qui invece c’è Stephanie a cui mancano le gambe.
E’ vero, non so spiegare perché succeda, ma è vero. Posso però dire che l’esperienza del deficit si risolve spesso nel suo contrario: il personaggio ne esce rafforzato. Sono convinto che Stéphanie capisca a pieno le sue potenzialità proprio grazie all’incidente. E non perde la sua femminilità. La sua presenza scenica è invece un vero e proprio shock erotico. Lo si intuisce nelle scene di sesso, dove potevo evitare d’inquadrare il volto di Marion (Cotillard, ndr) e concentrarmi sul suo corpo così particolare. Proprio perché in quel momento lei torna a sentirsi “fisica”,  una persona sessuale.
Come mai ha scelto Marion Cotillard, lei che di solito lavora con attori poco noti?
Veramente ho scoperto quanto fosse famosa solo sul set. Per me fino a quel momento era solo una bravissima attrice. Invece aveva tutta una serie di limitazioni tipiche delle star. Inoltre mentre girava con noi, lavorava contemporaneamente a un film americano (Il cavaliere oscuro – Il ritorno, ndr), incredibile! Devo dire però che è stata molto brava e coraggiosa. Prima dell’inizio delle riprese ha passato una settimana nel centro di addestramento di Antibes per fare amicizia con le orche, animali molto intelligenti e perciò parecchio pericolosi.
E lei ha mai pensato di lavorare in America?
E perché dovrei? Sono un regista francese. I film che amo sono quelli che mostrano da dove vengono, te lo fanno capire. Che ne so io dell’America? Mi piace molto il cinema americano e quei registi americani che sanno descrivere bene il loro ambiente. E poi m’infastidisce molto questa mania di andare a girare in America come fosse la consacrazione di tutta una carriera. Ma chi l’ha detto?
E del cinema italiano cosa ne pensa?
Lo conosco troppo poco per poterne parlare. Negli anni ’70 arrivavano ogni anno nelle nostre sale 3-4 titoli italiani e li attendevamo tutti con trepidazione. Oggi non è così. i film italiani non arrivano. A meno che non vincano qualcosa a Cannes, come nel caso di Garrone. Vi racconto un aneddoto: qualche anno fa ero andato a vedere in una piccola sala parigina La meglio gioventù. Ebbene, durante la proiezione, c’era gente che si chiedeva sorpresa perché ci fossero attori italiani nel film.
A cosa sta lavorando adesso?
Rispondo alle vostre domande.

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