Nostro padre Ettore Scola

L'ultima apparizione pubblica del regista alla Festa di Roma, dove era stato presentato il documentario delle figlie Paola e Silvia. Una lezione di cinema, con un intervistatore d'eccezione: Pif
Nostro padre Ettore Scola

Ridendo e scherzando sono passati più di 50 anni dal primo film di Ettore Scola. Era il 1964, era con Vittorio Gassman, era Se permettete parliamo di donne. Poi in rapida sequenza vennero La congiuntura (1965) e L’arcidiavolo (1966): “Le commedie che non volevo fare”, ricorda Scola, lui che prima di abbracciare la povertà del regista era stato disegnatore, umorista, “negro” per Vittorio Metz e Marcello Marchesi, sceneggiatore universalmente apprezzato e lautamente pagato, da quattro-cinque copioni l’anno, lavori come Un americano a Roma (1954), Il sorpasso (1963), I mostri (1964), Io la conoscevo bene (1965).  Lui, in coppia ora con Ruggero Maccari ora con Sergio Amidei, è stato la mente e la penna della commedia all’italiana. Insieme ad Age e Scarpelli.

Ridendo e scherzando
è anche il documentario che le due figlie del regista, Paola e Silvia, hanno realizzato sul padre. Utilizzando molto materiale d’archivio, filmini domestici, inediti e preziosissimi backstage dal set dei suoi film. Utilizzando soprattutto lui in persona, la sua disponibilità a rievocare, raccontare, commentare un pezzo della sua vita che è anche una fetta importante della storia del cinema italiano. Lo fa nella saletta del Cinema dei Piccoli, il monosala più piccolo al mondo, nascosto nella foresta urbana di  Villa Borghese a Roma, con la complicità di un intervistatore d’eccezione, piccolo anche lui ma enormemente devoto, PIF: “La posso chiamare maestro?” chiede. “Dipende”, gli risponde Scola, “Se sei un buon alunno sì”. Tale si dimostrerà mentre con garbo e ironia condurrà il collega più grande in un meraviglioso “amarcord” che passa in rassegna il suo, il loro, il nostro cinema degli anni migliori.

Gli anni di Risi, Steno, Monicelli, Pietrangeli. Gli anni di De Sica: “Il mio preferito, il modello a cui tendere senza poterci arrivare. Calvino lo definiva il più grande scrittore del ‘900”. Ecco l’aneddoto del loro incontro: “Mi ero trasferito a Roma con i miei. Uno giorno prima di andare a scuola mi sono imbattuto per caso sul set di un film, dove c’era quest’uomo elegante con un cappello e il cappotto di cammello, che sussurrava cose in un megafono. Era il set di Ladri di biciclette e quell’uomo era Vittorio De Sica: lui ha cambiato il corso della mia vita”. Il padre del neorealismo e il futuro maestro della commedia all’italiana: chi l’avrebbe detto? “Con Sergio Amidei lo avevamo previsto: la commedia sarebbe diventata un elemento di critica della società come il neorealismo, ma con mezzi diversi”. Una rivoluzione capita all’inizio solo dai francesi: “I critici italiani non ci vedevano di buon occhio”.

Altre istantanee del cinema che fu e dei suoi protagonisti. In ordine sparso: “Maccari? Era un cazzaro come me”. “Sordi? Un irritatore. La persona con cui mi sono divertito di più. E’ stato anche il mio testimone di nozze”. “Dino Risi? L’opposto di Pietrangeli. Aveva il dono della levità”. “Pietrangeli? Un alieno. Lui ha dato alle donne un posto nuovo nel cinema italiano”. E poi Mastroianni “che aveva la magia della semplicità”. Gassman “che mi ha incastrato suggerendomi per primo di fare questo mestiere di regista”. Troisi, “un vero intellettuale, sempre contro la retorica. Aveva la delicatezza e l’intelligenza dei sentimenti”.

Immagini e ricordi. Il cinema come transfert. Come in Fellini: “Il mio preferito. Dopo De Sica”.
La piazza gremita nel paese di Splendor (1988), la gente che assiste alla proiezione ambulante di Fra Diavolo, “il primo film di cui ho memoria, arrivato con i tendoni durante la festa di sant’Euplio a Trevico. Ricordo tutti ipnotizzati, la magia collettiva”.
L’eccitazione e il rumore della fanfare di Una giornata particolare (1977), “la stessa che ho provato io, lupetto, quando mio padre portò me e mio fratello alla grande adunata del ’38. Con gli inni e la voce di Guido Notari, la voce del fascismo”.
La volgarità e la poesia di Brutti, sporchi e cattivi, un fuoricampo inquietante: “Pasolini voleva realizzare una prefazione video al film, una cosa come quella che si fa per i libri, ma per immagini. Aspettava di vedere il film finito. Purtroppo venne assassinato sull’arenile di Ostia, non lontano dal nostro set, una settimana prima della fine delle riprese.”

Scena e fuoriscena. Da Riusciranno i nostri eroi…(1968)? (“Quel titolo a ricordo degli  albumetti a puntate della mia infanzia che finivano sempre così”) a C’eravamo tanti amati (1974), da Maccheroni (1985) con Lemmon e Mastroianni a La più bella serata della mia vita (1972) “con questo antieroe corrotto, ignorante, fiero di essere ignorante. Uno dei ritratti più preveggenti del mio cinema”.
Perché sono film ancora così attuali: “Per meriti propri e per demeriti della società che non ha ancora risolto molte delle problematiche che raccontavamo allora”.
Semmai l’inattuale qui è Ettore Scola. Una vita passata con la moglie, sempre la stessa, Gigliola. Tanta gavetta, quella vera, a farsi le ossa. Più un’altra cosa, forse la più irripetibile: “La nostra generazione, quella degli autori, stava sempre insieme. Eravamo sempre tra di noi. Ed eravamo molto amici”. Pif lo congeda chiamandolo “stronzo”. Suona irrispettoso, ma il maestro non si scompone. In cuor suo sa di esserlo. Fiero, oggi come allora, di mollare cazzotti che sanno fare male.

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