Tragicomico Herlitzka

"Ridere mi fa stare bene", confessa l'attore. Protagonista al Bif&st, dove confessa: "Vivo per fare l'attore"
Tragicomico Herlitzka

A dispetto della gravità e della dolenza che esprimono il suo volto e la sua voce nei tanti ruoli da lui interpretati al cinema e in televisione, Roberto Herlitzka è un uomo spiritoso e che ama ridere. Lo ha scoperto il folto pubblico del Teatro Petruzzelli nella seconda Masteclass del Bif&st 2019 che lo ha visto rispondere alle domande del critico Fabio Ferzetti, chiudendo quasi immancabilmente ogni ragionamento, anche il più complesso, con una battuta, seppure a mezza bocca. Lui stesso ha ammesso quanto, a fianco di grandi registi come Antonioni, Rohmer e Fellini, egli sia sempre stato attratto dai comici. “Amo il cinema comico, sì, perché ridere mi fa stare bene. Mi divertono i film di Woody Allen, di Jerry Lewis, di Jacques Tati, soprattutto di Charlie Chaplin. E poi sono un entusiasta di Maurizio Crozza. In fondo sono anche io un po’ comico, soprattutto quando sono drammatico”.

Intensamente drammatico era il ruolo da lui interpretato nel film che è stato proiettato prima della Masterclass, “Sette opere di misericordia” (2011) dei fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio, un uomo claudicante, forzatamente laconico per via di una malattia alla gola. Un film che non ha avuto molta fortuna, al tempo dell’uscita nelle sale, ma che ha ricevuto numerosi premi internazionali. “Io ho fatto diversi film di nicchia, in effetti, ma non scelgo mai in base al successo che potrebbe avere una pellicola quanto piuttosto ai ruoli che mi vengono proposti, anche marginali per quanto riguarda il cinema mentre a teatro scelgo solo i ruoli da protagonista. Dopodiché capita che questi film siano spesso diretti da giovani, anche esordienti, il che va benissimo.”

L’approccio ai personaggi, la preparazione ai ruoli, i rapporti con i registi, le differenze sul recitare al cinema o in teatro, i suggerimenti per chi vuole intraprendere la carriera di attore (“Tanto studio e tanta dedizione, come per tutte le forme d’arte”).

Sono stati tanti gli argomenti affrontati nel corso dell’incontro, ma una parte rilevante è stata dedicata al suo rapporto con Marco Bellocchio, che lo ha diretto in uno dei suoi ruoli più memorabili, quello di Aldo Moro in “Buongiorno, notte”: “Soltanto con la sua stessa presenza sul set, Bellocchio porta gli attori a fare quello che si deve fare per ottenere un risultato artistico. Prima di ‘Buongiorno, notte’ mi aveva già contattato per altri film ma poi non mi ha preso. Con il film sul rapimento Moro, poi, la mia parte si è addirittura ampliata durante le riprese, rispetto alla sceneggiatura. Con Bellocchio c’era stato una sorta di tacito accordo, per cui io non dovevo imitare Moro ma calarmi nei panni di un prigioniero condannato a morte, solo la frezza bianca riconduceva al personaggio reale”.

Roberto Herlitzka ha raccontato che il momento in cui ha deciso di intraprendere la carriera di attore fu quando, ancora ragazzino, assistette ad un’opera del ‘700 rappresentata al Conservatorio di Torino, la città dov’è nato e cresciuto. “Alla fine dello spettacolo gli attori uscirono in scena per gli applausi e io ne rimasi molto colpito, chissà perché”.

Da allora, ha raccontato, ogni volta che entra in scena per farsi coraggio ripete a sé stesso: “’Io volevo fare l’attore, vivo per fare l’attore’. Non è un fatto scaramantico ma qualcosa di profondo, di molto intimo”.

“Voglio fare l’attore. Vita e teatro di Roberto Herlitzka” è in effetti il titolo di un libro da poco uscito a lui dedicato del quale Fabio Ferzetti ha estrapolato una frase “Io volevo diventare un Divo del Cinema”. “Lo vorrei ancora!”, ha commentato l’attore.

Al termine dell’incontro, un gradito regalo agli spettatori con la lettura del racconto “Undici figli” di Franz Kafka, conclusa con una standing ovation. Stasera, sempre al Petruzzelli, Roberto Herlitzka riceverà il Federico Fellini Platinum Award del Bif&st 2019.

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