Toro scatenato, 40 anni fa

Il 12 febbraio 1981 usciva nelle sale italiane il capolavoro di Martin Scorsese che valse l'Oscar a Robert De Niro: la recensione d'epoca della Rivista del Cinematografo
12 Febbraio 2021
Educational, Personaggi
Toro scatenato, 40 anni fa
Toro scatenato

da Rivista del Cinematografo, numero 4, 1981

di Claudio G. Fava

Toro Scatenato film su un mito nel mito, ha suscitato in Italia molti entusiasmi ma anche molte incomprensioni. Proprio qui, laddove in teoria dovremmo meglio  comprendere l'”italiano” Scorsese, questi rischia di restar vittima d’una serie di equivoci. Scorsese, anche adesso che è un regista noto in tutto il mondo, resta pur sempre un fenomeno “etnico”. Nel senso che la parola assume negli Stati Uniti, laddove essa intende far risalire esplicitamente la cultura di una persona e di un gruppo al ceppo nazionale da cui quegli deriva.

È un termine che rischia di diventar rapidamente retorico e convenzionale, come lo è ormai da anni l’espressione “Melting Pot”, usata un tempo orgogliosamente per rivendicare al “paese di Dio” la capacità e la qualità d’essere appunto un “recipiente di mescolanze” razziali, un gran calderone in cui immigrati di decine di nazioni, lingue e tradizioni diverse venivano risucchiati e risputati fuori, poche decine d’anni dopo, perfettamente integrati alla cultura nazionale, pronti a parlare inglese con accento americano, a fare il tifo per il “baseball”, la gomma da masticare, la doccia fredda (la doccia è “americana”, il bagno “inglese”, come è noto… ), la Ford modello “T” e la fiducia nelle istituzioni ribadita ogni cinque minuti dall’uso di un intercalare che i romanzi hanno reso celebre anche in Italia, già tanti anni fa (“…Siamo in un paese libero, no?”). Il recupero delle tradizioni “etniche” credo sia, in qualche modo relativamente recente in un paese in cui immigrati e figli di immigrati cercavano prima di tutto di sembrare il più americani possibili, proprio per venire accetta ti dagli ‘altri’ in modo definitivo e totale.

A questo punto è proprio la terza generazione – i figli dei figli, totalmente integrati linguisticamente, culturalmente, psicologicamente eppure sensibili, soprattutto nelle grandi città, ad un certo sapore “etnico” alla cui ombra sono stati allevati – che cercano, a modo loro, affettuosi e ironici, di risalire alle origini. Di ricomporre le ombre di una infanzia misteriosamente condizionata (se ne accorgono da adulti, andando all’Università, leggendo, studiando) dalla lontana “cultura” dei padri sviluppatasi, a sua volta, fra le righe di quella, totalmente esoterica eppure così famigliare, dei nonni.

I nonni che parlavano male o punto l’inglese, che usavano una lingua sostanzialmente misteriosa (quasi sempre un ispido, solitario dialetto minore, paesano) che venivano da un altro-mondo, non soltanto più povero ma più rudimentale, più antico, più sfatto, più intransigente. Un mondo che avevano fuggito e da cui erano stati, in certo modo, “espulsi”; sicché la difficoltà di comunicarne i lineamenti ai figli ed ancor più ai nipoti s’era poi ulteriormente accresciuta di imbarazzo e di impacci molteplici.

continua a leggere

 

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy