Tornatore e Ravasi, il cinema come esperienza religiosa

"Il patrono dei registi è Dio stesso", dice il cardinale. "I film hanno effetti miracolosi sulle persone", sostiene il regista. Cronaca di un incontro particolare, evento di chiusura di Tertio Millennio Film Fest
Tornatore e Ravasi, il cinema come esperienza religiosa

Tertio Millennio Film Fest chiude la sua ventitreesima edizione con un incontro di altissimo profilo: il dialogo tra il regista Giuseppe Tornatore e il Cardinale Gianfranco Ravasi (Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e fondatore del Cortile dei Gentili) sul tema del cinema come esperienza religiosa. A moderare l’incontro, Maurizio Crippa, vicedirettore de Il Foglio.

Tornatore è il primo regista ad aver vinto il Premio Bresson, il riconoscimento che la Fondazione Ente dello Spettacolo, con il Patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura e del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, assegna a un regista «che abbia dato una testimonianza, significativa per sincerità e intensità, del difficile cammino alla ricerca del significato spirituale della nostra vita».

“Questo è un incontro facile perché i protagonisti non hanno bisogno di presentazione”, spiega Crippa, “ma anche difficile: il concetto di Dio è forse più facile da spiegare rispetto al concetto di cinema. Il cinema, per me, è come una membrana mobile che ci interroga”.

“Sono credente?”, si chiede Tornatore. “In genere penso a Tonino Guerra, che sosteneva: se dicessi di credere in dio direi una bugia, se dicessi di non crederci ne direi una più grande”.

“Non voglio liquidare il senso religioso nel cinema con un’allegoria di simboli. Già l’idea stessa di un film fa parte di un processo religioso. La comunità che crea un film è un gruppo di persone legate dal desiderio di rendere concreto qualcosa che concreto non è. E queste persone non sanno in partenza gli effetti di quel film sugli altri”.

“Qualunque film”, continua, “nasce da un percorso di tormento e dolore, qualcosa di attinente alla spiritualità. Tanto più è ignoto il destino del film, tanto più c’è la condivisione di un calvario che porta alla fine del film. Il set è un luogo religioso, non è caotico come si può pensare secondo un approccio superficiale”.

“Il nostro primo incontro”, ricorda Ravasi, “è stato nel 2009. Avevo convocato nella Cappella Sistina trecento artisti – tra i quali Tornatore – per un incontro con Papa Benedetto. Gli artisti entravano nell’Aula regia, chiacchieravano tra loro e, arrivati di fronte al pontefice, improvvisamente restarono in silenzio. L’arte di Michelangelo li aveva fatti tacere”.

Crippa stimola gli ospiti a partire da un pensiero di Bresson: “ciò che cerco in un film è il cammino verso l’ignoto per sperimentare il mistero”.

“Sono analfabeta di cinema contemporaneo. Il più vicino a noi, Ermanno Olmi, era mio amico personale, sempre con una dimensione religiosa anche quando era polemico o implicito. Bresson è certamente nel mio pantheon personale”.

“Voglio ricordare Mouchette, Diario di un curato di campagna e soprattutto Au hasard Balthazar. Si può parlare di Dio attraverso un animale? Un film che è una vera parabola dell’incarnazione. Bresson diceva: non bisogna cercare, bisogna attendere. Pura teologia paolina: la grazia ci precede. All’interno di questa visione, ricordiamo cosa diceva San Paolo: ho risposto anche a quelli che non mi invocavano. Ho trovato qualcosa di simile nelle Lezioni americane di Calvino, quando dice: la bellezza si ottiene non aggiungendo ma togliendo”.

Sul concetto di “rinunciare per trovare”, Ravasi offre un bel ricordo del suo legame con Olmi: “amava Malinconia di Cechov, un racconto su un vetturino solo al mondo che tenta di parlare di sé ai clienti senza che nessuno lo ascolti. Non potendo più narrare se stesso, muore d’inedia. Il cinema è un raccontare cercando in qualche modo quel senso che ti salva. Non si può uscire indenni dalla visione di un grande film”.

“Il patrono dei registi”, ironizza, “è Dio stesso. La tradizione ebraica dice che Dio ha creato l’uomo e la donna per sentire racconti”.

 

La memoria è un tema fondamentale del cinema di Tornatore. “Sì, ma a onor del vero è un tema di moltissimi film. Un giovane contadino che viveva nel mio quartiere, quando ero bambino, era appassionato di api. Mi diceva che le api producono tre cose: il miele, la cera, gli escrementi. Gli esseri umani possono produrre la grazia, cose mediocri e cose atroci. I film brutti aiutano a formare il gusto. Come una lente ottica si imprime su una pellicola sensibile, gli eventi fanno lo stesso con la memoria”.

Nuovo cinema Paradiso è un film sulla memoria. “E sulla nostalgia. In un momento di disorientamento e paura in cui le sale si stavano svuotando, ho raccontato la gioia e la facilità di innescare un meccanismo della memoria. Un lungo ricordo, il proiettore della memoria. Una pura formalità, invece, è la negazione della memoria. Recuperandola, il protagonista prende coscienza di non essere più”.

Per Tornatore, l’incomprensione suscitata da Una pura formalità è stata un po’ risarcita proprio dal Premio Bresson. “Quante folgorazioni può avere un regista? L’ho chiesto a tanti registi e tutti mi hanno risposto allo stesso modo: se hai fortuna, una. Ecco, Una pura formalità è la mia folgorazione”.

“Un mistero in cui assassino e vittima coincidono. Ho scelto un percorso criptico per non abbracciare la banalità. Ho accettato la difficoltà della narrazione. Non ebbe successo ma ne sono orgoglioso. Olmi lo amava molto”.

È un caso in cui si è tolto per ottenere bellezza. “Mi viene in mente Dreyer”, riflette Tornatore, “che impostava il lavoro sul set arredando l’ambiente al fine di renderlo reale. Ottenuta la perfezione, eliminava oggetti. Voleva le tracce, non gli oggetti. Al cinema prima si mette e poi si toglie”.

“Ordet”, svela Ravasi, “è il film che mi ha sconvolto da ragazzo, visto in danese con i sottotitoli. Quando si fa un’esperienza così, è difficile dimenticare”.

Una pura formalità è una specie di giudizio universale. “Per non morire di angoscia o di vergogna, gli uomini sono eternamente condannati a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita, e più sono sgradevoli, prima s’apprestano a dimenticarle!”, dice il commissario interpretato da Roman Polanski, citando lo scrittore Gérard Depardieu.

“Quel film nasce dal meccanismo di rimozione. C’è un rapporto tra l’entità del dolore e la rapidità con cui si rimuove? Qual è l’evento umano più devastante che si può rimuovere nel tempo più rapido del tempo che lo separa dalla morte? Il suicidio. L’omicidio dell’amor proprio. Sono consapevole di aver fatto qualcosa di utile con quel film”, ammette.

Tornando al proprio Pantheon, Ravasi coglie l’occasione di legarsi al tema del male e cita così Andrej Tarkovskij: “Andrej Rublëv è una meditazione del mistero del male dal punto di vista dell’artista che lo vive dentro di sé. Il colore rosso sangue che irradia il volto, il bambino che vede la mano che esce nella palude, l’effusione nella campana, l’acciecamento degli architetti per non trasmettere bellezza, il Cristo della Passione… Tutto in bianco e nero e infine la redenzione, i colori della Trinità. Cito spesso il film che Tarkovskij non ha mai fatto sull’Apocalisse: voleva fare un film per schiodare dalla mente l’idea che si tratti di un oroscopo. Il vero messaggio dell’Apocalisse è la speranza”.

“Anche Ingmar Bergman”, continua Ravasi, “è nel mio Pantheon. Io lo chiamo il teologo ateo. Luci d’inverno per noi credenti è fondamentale”.

“Il racconto di una crisi di fede. Un pastore senza Dio che dopo la morte della moglie diventa un pubblicitario della fede e non più predicatore. Cristo stesso ha sperimentato il silenzio di Dio. Oggi la vera disgrazia non è l’ateismo ma l’apateismo: l’indifferenza, la banalità, l’apatia. Non credere più alla possibilità di credere”.

“Non si crede più ai miracoli perché non avvengono più miracoli”, ironizza Tornatore. “Non so se il cinema aspiri a fare miracoli ma i film suscitano nelle persone effetti miracolosi. Prima costringevi la memoria a ricordare un film, oggi puoi vederlo sempre eppure te ne ricordi di meno. Nella solitudine, i film aiutano le esistenze delle persone. La vera aspirazione di un cineasta è fare un film o un pezzetto di un film che sia un miracolo per qualcuno”.

E conclude: “ero a promuovere Stanno tutti bene in America e una signora mi disse che era andata a trovare il padre alla casa di riposo dopo aver visto il film. Serve una cosa così costosa come un film per innescare un così piccolo gesto? Forse sì”.

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