Tornare all’idroscalo

Un documentario di Mario Martone con Sergio Citti apre nuovi scenari sul delitto Pasolini: "E' bene accertare la verità", dice il regista
5 Maggio 2010
Tornare all’idroscalo

(Cinematografo.it/Adnkronos) – Macchie d’olio e di grasso dell’auto sull’erba, recinzioni semidivelte con segni di colluttazione, una vecchia Bmw 2002 che ripercorre all’idroscalo di Ostia il tragitto dell’auto che uccise Pier Paolo Pasolini. Immagini mute girate da Sergio Citti alcuni giorni dopo la morte dello scrittore, per dimostrare che Pino Pelosi non era solo quando Pasolini fu ucciso. Ma nel documentario realizzato da Mario Martone poco tempo prima della morte di Citti, avvenuta nell’ottobre del 2005, e proiettato ieri alla Casa del Cinema a Roma, le immagini sono commentate dallo stesso Citti che rivela alcuni elementi nuovi e utili per le indagini sul delitto recentemente riaperte dalla Procura di Roma. Il filmato è agli atti del sostituto procuratore Francesco Minisci. “Il filmato realizzato da Martone è un vero e proprio atto giudiziario”, ha detto l’avvocato della famiglia Pasolini, Guido Calvi, che ha presentato l’istanza penale per la riapertura dell’inchiesta sul delitto. La tesi di Citti è confermata dalla sentenza che il giudice Carlo Alfredo Moro, fratello del leader della Dc rapito e ucciso dalle Br, emise nei confronti di Pelosi: colpevole dell’omicidio in concorso con ignoti.
Nel filmato Citti, molto malato e con grandi sforzi, risponde alle domande dello stesso avvocato Calvi e parla di un testimone, un pescatore, che avrebbe visto una seconda auto sulla scena del delitto. E la Bmw, che si vede nel filmato, ripercorre il tragitto che avrebbe dovuto seguire l’Alfa di Pasolini per allontanarsi dalla zona dell’omicidio e che però non coincide con la traiettoria che passava sopra il corpo dello scrittore. La scelta di travolgere Pasolini per ucciderlo, quindi, sarebbe stata deliberata. “Il caso Pasolini – spiega Calvi – all’epoca del processo, fu chiuso a grande velocità con la condanna di Pelosi. Ma rimase un mistero. La spinta per la riapertura delle indagini è arrivata prima dalle dichiarazioni del senatore Dell’Utri sul capitolo scomparso di “Petrolio”, poi dalla lettera di Veltroni e dalle risposte del ministro Bondi e del Guardasigilli Alfano. Bisogna riconoscere che per una volta l’atteggiamento del mondo politico è stato più responsabile di quello di molti intellettuali che dalle pagine dei giornali sostenevano che fosse inutile riaprire il caso Pasolini”.
“Riaprire le indagini – spiega il presidente di Musica per Roma, Gianni Borgna – serve per capire non solo chi c’era con Pelosi la sera tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’idroscalo di Ostia quando Pasolini fu ucciso, ma anche il perché del delitto”. Il comune di Roma, ricorda Borgna che all’epoca dell’intervista a Citti era assessore alla Cultura, “nel 2005 si costituì parte offesa nel delitto”. Umberto Croppi, attuale assessore capitolino alla Cultura, fa eco a Borgna e dice “di spingere il Comune di Roma a continuare a sentirsi parte offesa nel delitto. Al di là dei risultati processuali – afferma Croppi – quando avvenne il delitto ci fu una rimozione del Pasolini politico che comunque va registrata”. Croppi ricorda che alla fine degli anni ’80 nelle sezioni dell’Msi e sulle colonne del “Secolo d’Italia” si era aperto un dibattito culturale su Pasolini, “personaggio scomodo per tutti”.
La morte di Pasolini fu dunque voluta da qualcuno? “Il mondo non mi vuole più”, avrebbe detto il poeta al suo fotografo, Dino Petrioli, una sera a Sabaudia. E Petrioli giura di avere fotografato una grande quantità di cartelle dattiloscritte sulla scrivania dello scrittore: “Dino, ho scritto 600 cartelle”, gli avrebbe detto Pasolini riferendosi a “Petrolio”, il romanzo uscito postumo nel ’92. “Io ho scattato le foto a quei dattiloscritti – afferma Petrioli – non li ho aperti, sebbene Pasolini volesse farmeli leggere, ma io non volevo. Non mi sentivo di instaurare quel tipo di rapporto. Adesso non capisco come dopo 35 anni ci si stupisca del materiale mancante”. La tesi dell’omicidio di stampo politico, già portata avanti dal regista Marco Tullio Giordana nel film Pasolini, un delitto italiano, era sostenuta “da Sergio e Franco Citti e da Laura Betti”, spiega Mario Martone, che aggiunge: “E’ bene accertare la verità”. Martone ricorda di avere avuto 15 anni quando lo scrittore bolognese venne ucciso. “Vissi quell’episodio con grande tristezza – sottolinea il regista de L’amore molesto – anche perché ero sconvolto dalla violenza dei miei compagni di scuola a Napoli che esultavano perché era stato ucciso, come dicevano loro, quel ‘ricchione ‘e merda’”.

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