Tornare ad Hammamet

"Non è vero che Craxi si è messo in salvo: ha coltivato i suoi rancori, i suoi rimpianti, i suoi rimorsi e i suoi desideri. Un uomo che si è macerato fino all'autodistruzione", dice Gianni Amelio. Da domani in sala con il film interpretato da Pierfrancesco Favino
Tornare ad Hammamet
Pierfrancesco Favino in Hammamet

“Craxi è un politico sul quale da anni è calato un silenzio assordante, un silenzio ingiusto”. Probabilmente è per questo motivo che Gianni Amelio ha deciso di raccontare nel suo film Hammamet, in uscita domani 9 gennaio distribuito in 430 copie da 01 distribution, il leader socialista, uno degli uomini politici più rilevanti della Repubblica italiana.

“Non un film su Craxi degli anni ottanta, ma su quello della fine del secolo scorso”, specifica il regista che sceglie di portare sul grande schermo l’agonia di un uomo di potere che ha perso il potere e va verso la morte.

Nei panni di Bettino Craxi l’ineguagliabile Pierfrancesco Favino. “Che Dio lo benedica, senza di lui questo film non si sarebbe mai fatto. Sfido chiunque a trovare un altro attore, anche non italiano, che potesse fare questo personaggio”, commenta Amelio, sottolineando poi che il trucco (prima del set Favino veniva truccato per cinque ore e mezza per avvicinarsi alla figura di Craxi): “è una trappola se non è alimentato da qualcosa che nasce dall’interno”.

Gianni Amelio e Pierfrancesco Favino sul set di Hammamet

“Spesso però è proprio il trucco a darti la chiave per questa cosa”, interviene Favino, che sottoponendosi ogni giorno a quel “rituale” di trasformazione racconta:  “Quando mettevo le sopracciglia e gli occhiali arrivava il momento dell’oblio di me stesso. E’ la maschera ciò che ti consente il contatto con qualcosa di più intimo che hai paura di toccare”.

In Hammamet Amelio affronta dunque gli ultimi mesi di vita di un ex leader e ce li racconta attraverso il rapporto con i suoi figli Stefania (Livia Rossi), nel film si chiama Anita “perché Craxi amava la figura di Garibaldi”, e Bobo (Alberto Paradossi), la moglie (Silvia Cohen), la storica amante (Claudia Gerini) e una figura inventata “una sorta di figlio putativo, il figlio cresciuto di Colpire al cuore” di nome Fausto (Luca Filippi).

“Il passato del presidente, che non chiamo mai per nome nel film, ritorna anche in un eremo come quello delle colline di Hammamet. Non è vero che lui si è messo in salvo, ma ha coltivato i suoi rancori, le sue rabbie, i suoi rimpianti, i suoi rimorsi e i suoi desideri. E’ un uomo che si è macerato fino all’autodistruzione”. 

Craxi non è stato né un latitante, né un esule per Amelio. “Un latitante è qualcuno che viene cercato dalla legge, ma nessuno è a conoscenza di dove si trovi – dice -. Di Craxi si conosceva il numero di telefono, lo intervistavano. Ma non è neanche in esilio, perché su di lui pesano delle condanne passate ingiudicato. E’ qualcuno che dovrebbe andare in tribunale e non ci va. Ci si aspettava che dalla Tunisia si presentasse davanti ai giudici, cosa che gli consiglia il navigatissimo democristiano. L’orgoglio, questa presunzione di essere nel giusto è una delle cose che probabilmente ha fatto perdere Craxi, questa sua ostinazione a dover essere giudicato solo in Parlamento e non in tribunale. Il dibattito è aperto: non è un film che dà delle risposte, ma pone delle domande”. E Favino su Craxi: “Conoscevo l’uomo politico e la sua vicenda giudiziaria, ma non conoscevo l’uomo e il suo privato. Ho cercato di comprendere il suo punto di vista perché non sono né un politico, né un magistrato”.

Nel film c’è una completa assenza di nomi: il giudice, il tesoriere, il democristiano non hanno alcun nome. Come mai questa scelta? “I nomi non si fanno perché si conoscono purtroppo. Sono stati aboliti anche perché sono troppo ovvi, personaggi che rappresentano il dna del partito, e poi io non ho voluto fare una cronaca”, risponde Amelio. Che all’ennesima domanda sulla mancanza di denominazioni reali, riferito all’Anita-Stefania Craxi, risponde un po’ infastidito: “Faccio un film e chiamo i personaggi come voglio. Non l’ho chiamata Mafalda”.

Ma quale è stato il suo rapporto con la famiglia di Craxi? “Per prima ho voluto conoscere la vedova del presidente, Anna Craxi, che è una cinefila, appassionata di western di Anthony Mann. Abbiamo parlato di cinema, non di politica e abbiamo avuto un dialogo molto aperto. Poi ho conosciuto la figlia, Stefania, una donna molto impegnata nella memoria di suo padre, un nome che non vuole venga bruciato o dimenticato come è successo e sta succedendo da dieci anni. Il figlio, Bobo, lo conosco meno, ma paradossalmente lo conosco bene perché scrive molto e si fa intervistare moltissimo”. Proprio oggi su Repubblica c’è infatti un suo intervento sul film che Amelio si promette di leggere presto “per saperne di più”.

E a proposito di articoli, ce ne è un altro sul film, uscito qualche mese fa su Il fatto quotidiano, che Amelio non ha proprio digerito. All’intervento, in collegamento da Milano, del giornalista del Fatto Gianni Barbacetto sul rapporto tra realtà e fantasia nel film e su come venga consegnato ai ragazzi che non c’erano nel 1992-1993 un pezzo di storia dell’Italia, Amelio, alterato, controbatte: “Spero vivamente che il suo giornale faccia marcia indietro su quella così detta primizia che ha fatto mesi fa parlando di un film contro Mani Pulite. Non è un film contro Mani Pulite. Sfido lei e chiunque del suo giornale a dimostrarmi il contrario. Avete fatto una cattiva informazione prendendo brandelli di sceneggiatura, non so dove e non so da chi, e giudicandola verità. Mi aspetto che stronchiate il mio film, ma non accetto una stroncatura preventiva. Mi auguro che vedendo il film noterete che c’è una differenza tra due formati – quello 16:9 e quello 4:3- perché tutte le prese di posizione di Craxi sono viste con l’obiettivo di una telecamera, quasi virgolettate. Volevo raccontare l’agonia di Craxi, non il rapporto tra un personaggio e i suoi giudici”.

Infine Favino rimpiange la politica di un tempo. “Ho sentito che nel fare questo film stavamo toccando la fine di una generazione. Craxi aveva nei confronti dell’Italia un senso di paternità. Si sentiva profondamente italiano. La leadership in quel periodo storico aveva un peso superiore a quello che ha oggi. C’era in politica una ricchezza di linguaggio che ti sorprendeva. Non a caso si parlava di scuole di partito. Mi domando se quel tipo di politica non sia sparita a vantaggio di un disinteresse che però consente altro”.

Ma in sostanza è un film fatto con il cuore o con il cervello? “C’è una battuta di Chaplin in Luci della Ribalta nel quale si dice: il cuore e il cervello, che enigma. Vale a dire, comunicano, non comunicano, stanno sempre insieme? Io credo di aver fatto un film con il cuore e anche con il cervello”, conclude Amelio. 

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