Torino volta faccia

Sharon Tate per Polanski, Belmondo per Melville e il Day-Lewis della British Renaissance: volti del TFF
20 Novembre 2008
Torino volta faccia
Sharon Tateper Polanski

Un apolide, “il più americano dei (registi) francesi” e i sudditi di Sua Maestà britannica: non è una barzelletta, ma il 26° Torino Film Festival, che dedica tre retrospettive a Roman Polanski, Jean-Pierre Melville e la British Renaissance. Il fil rouge? A meno di voli cine-pindarici, nessuno, tranne la grandezza: il gangster dalla faccia d’angelo Melville, scomparso nel ’73; Polanski, un uomo per tutte le nouvelle vagues, traumatizzato e traumatizzante, e il decennio (1980-1990) in cui il Regno Unito ritorna tale sullo schermo, con Jordan, Greenaway, Davies e – recuperati dall’esilio tv – Frears e Leigh.
Un tris eterogeneo e affascinante, tre idee di cinema con tre volti: Sharon Tate per Polanski, Jean Pierre-Belmondo per Melville e, uno per – e su – tutti, il Daniel Day-Lewis di My Beautiful Laundrette di Frears.

Polanski nell’ombra di Tate
“Astoundingly photogenic, infinitely curvaceous, Sharon Tate is one of the most smashing young things to hit Hollywood in a long time”: era il ‘66, e l’attrice, reduce da Eye of the Devil, faceva gridare al miracolo. Sappiamo come è andata a finire  – all’ottavo mese di gravidanza, l’8 agosto 1969, Tate fu massacrata dagli accoliti di Manson – e quanto, non come, la sua cruenta scomparsa abbia “violentato” la vita e il cinema del marito, Roman Polanski. Sullo schermo, la loro unione ha lasciato Per favore… non mordermi sul collo! (1967), e innumerevoli rimpianti: se con Il pianista Polanski ha voluto esplicitamente ritornare sul suo dolore originale, del lutto Tate l’unica elaborazione (artistica) possibile passa dalla visione d’insieme, con un inquietante prodromo: Repulsione (1965).

Belmondo, il sicario di Melville

La prima volta si sono incontrati chez Godard, trovando un affiatamento (fino) all’ultimo respiro: era il ‘60, l’anno dopo il loro sodalizio partorisce il bressoniano Leon Morin prete. I due sono Melville e Belmondo, la mente e il volto – tra quelli di Ventura, Delon e Reggiani – di una rigorosa spettacolarizzazione, sospesa tra gangster-movie e noir, lontana dal pauperismo dei giovani turchi e insieme vicina alla loro sobrietà fenomenologica: Belmondo si presterà anche a Lo spione (1962), per regalarci, l’anno seguente, il simenoniano Lo Sciacallo, in cui duetta con Vanel sul filo dell’omosessualità. A Torino, tutti i 13 film di Melville, accompagnati da un volume con interventi di Carlotto, De Cataldo e Fois.

Day-Lewis nella centrifuga di Frears

Al centro di My Beautiful Laundrette di Stephen Frears (1985, da Hanif Kureishi), una lavanderia a gettoni, emblema dell’Inghilterra thatcheriana. Al seguito di una famiglia di pakistani a Londra, per il teppistello Johnny di Daniel Day-Lewis è tempo di amore: omosessuale, per il socio Omar. Ruolo scomodo, prova super dell’attore inglese, che 4 anni dopo vince un Oscar con Il mio piede sinistro di Sheridan, bissato quest’anno con Il petroliere: “Quando ho incominciato, mi dicevano di accettare qualsiasi parte pur di lavorare, eppure non l’ho mai fatto. E sono felicissimo di questa scelta”. C’è da credergli, se il British Renaissance riguarda in primis i registi, forse solo in quell’humus arrabbiato e fervido il suo genio interpretativo avrebbe potuto attecchire: di certo, dalla lavanderia di Frears è uscito un attore che più bravo non si può.

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