The Artist, il muto che parla (al cuore)

"E' eccitante, la forma cinematografica più pura", dice il regista Michel Hazanavicius. Che punta agli Oscar e con il prossimo Les infidèles omaggerà I mostri di Risi
5 Dicembre 2011
The Artist, il muto che parla (al cuore)

“L’idea è nata dal grande desiderio di fare un film muto, ma la cosa più difficile è stata reperire i fondi: il più folle di tutti è stato il produttore, Thomas Langmann, che mi ha dato fiducia e messo soldi di tasca propria. Il muto è eccitante, è una forma cinematografica molto pura, perché non ci sono dialoghi né letteratura”. Così il regista francese Michel Hazanavicius, celebre in patria per le spy-parodie di OSS 117, rivela il background di The Artist, film muto e in bianco e nero, che è valso a Jean Dujardin il premio miglior attore all’ultimo Festival di Cannes, il riconoscimento per la miglior colonna sonora agli EFA e molto probabilmente finirà nelle cinquine principali ai prossimi Oscar.
Nelle nostre sale con Bim (il 7 dicembre a Roma e Milano, il 9 nelle città capo-zona, il 16 in tutta Italia con 80-90 copie), è una commedia romantica ambientata tra gli anni ’20 e ’30, che segue il divo George Valentin (Dujardin, che strizza l’occhio a Rodolfo Valentino e William Powell) caduto in disgrazia con l’avvento del sonoro e Peppy Miller (Bérénice Béjo, la splendida moglie di Hazanavicius), una figurante che proprio grazie  a lui varca la soglia dei Kinograph Studios e diventa la stella del cinema parlante.
“Non volevo mimi, clown o pantomimi, ma che gli attori avessero grande naturalezza vestendo i panni di gente degli anni ’20 con un soggetto facile”, dice Hazanavicius, che per dare “il sapore tipico degli anni ’20, cambiare la gestualità degli attori” ha girato The Artist a 22 fotogrammi al secondo e poi compiuto “una leggera accelerazione”. Anche lui, inizialmente, pensava che “il muto fosse vecchio, ma come oggi il pubblico ne ho riscoperto il valore, la bellezza, e non escludo che potrei girarne un altro, ma ci vorrebbe una bella storia”, prosegue il regista, confessando come il suo obiettivo sia sempre “sedurre il pubblico, il resto lo lascio a produttori e distributori” e parlando, per un film che non voleva nessuno e ora è in corsa per gli Oscar, di “parabola bellissima”.
Con “un bianco e nero molto contrastato per le situazioni positive e una gamma di grigi per quelle negative”, The Artist chiede allo spettatore di “ricreare dialoghi e colori con la propria immaginazione” e riflette sulla “perdita dell’utopia di un linguaggio cinematografico universale” conseguente all’introduzione del sonoro. Accanto alle ottime prove di Dujardin e Béjo, il film può contare anche sul cane Uggy, protagonista di straordinarie performance a quattro zampe grazie – rivela Hazanavicius – “al pezzetto di salsiccia che Dujardin teneva nel calzino”. Ma non è solo divertimento, quello del piccolo terrier è davvero un apporto fondamentale: “George Valentin è egoista, egocentrico e orgoglioso, ma il suo cane vi ripone un’istintiva fiducia, portando gli spettatori a pensare che abbia degli elementi positivi. Per questo, Uggy è diventato una star”.
Fin qui la “artistica” rivisitazione della Hollywood anni ’20, ma il futuro di Hazanavicius parlerà italiano: “Con Dujardin, Gilles Lellouche e altri, abbiamo realizzato Les infidèles, un film a episodi sull’infedeltà maschile. E’ un omaggio al cinema italiano anni ’60 e ’70, con I mostri e I nuovi mostri per esplicito modello”. Ma a vestire i nostri tricolori non è solo il regista, ma anche il suo attore feticcio Dujardin: “Ne parlano come il nuovo Belmondo, ma assomiglia decisamente di più a Vittorio Gassman”, conclude Hazanavicius.

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