TFF34, le vie dell’horror sono finite

Ricca come sempre la proposta di genere a Torino, ma i brividi latitano: perché questi film non fanno più paura?
23 Novembre 2016
Festival, In evidenza
TFF34, le vie dell’horror sono finite
Sadako V Kayako

Non ce ne voglia Emanuela Martini. Sappiamo quanto la direttrice del Torino Film Festival sia una vera appassionata di horror, al punto da aver destinato alla produzione di genere una delle sezioni del TFF, After Hours. Da cultori del filone, non la ringrazieremo mai abbastanza per questo. Non sono da imputare né a lei né a Torino dunque le critiche che ci accingiamo a fare. Valutazioni che non vogliono nemmeno entrare nel merito delle singole proposte  – alcune delle quali peraltro assai interessanti, come l’horror d’autore coreano The Wailing di Hong-Jin Na  né pretendere di essere esaustive, procurare allarmi o annunciare improbabili parusie cinematografiche.

Quello che qui si lamenta, senza altri giri di parole, è che questi horror non fanno più paura. Nemmeno ci provano. Fateci caso. Oggi quando un critico incensa l’horror di turno ne loda l’originalità, la cura nella messa in scena, la ricchezza metaforica, la capacità – ecco una delle qualità che va per la maggiore presso i nostri amati recensori – di “turbare”. Come se il cinema horror fosse diventato passatempo per esteti e adolescenti (gli esperti in turbamenti).
Non ci siamo. Da spettatore fidelizzato, quando in programmazione vedo la parolina horror mi aspetto di saltare dalla poltrona più e più volte. E poi di uscire dalla visione con la voglia di vedere qualcuno. Perché a casa non si torna, non da soli, non immediatamente.

Ci stiamo abituando a questa volontaria, odiosa, diserzione sul campo. Pensavamo che la grande ondata del postmodernismo – che al cinema ha significato sopratutto rifare le cose che si facevano una volta dichiarando, anzi ostentando, che erano rifatte – fosse acqua passata, che i nuovi filmaker passati dalla scuola della storia (quelli post 11/9) osassero prendersi maggiormente sul serio. Il massimo che hanno saputo inventarsi invece è stato un camuffamento del documentario in salsa amatoriale, il mockumentary imbastardito dal found footage, che da fenomeno indie – il primo The Blair Witch Project – è diventato oggetto virale, nel senso letterale di infezione linguistica. Sfruttato a più non posso, dopo aver fatto la fortuna della Blumhouse (Paranormal Activity) e del primo Abrams (Cloverfield), il fenomeno mostra oggi segni di stanchezza: non di quella creativa, la vitalità della quale è stata principalmente di natura produttiva più che espressiva, ma commerciale.

Il pubblico lo sta abbandonando. Al punto da tornare ad essere quello che era in origine, cinema indie, come mostra uno dei titoli più dichiaratamente horror di questa Torino, #Screamers. Girato con la tecnica del found footage, il film parte da un’idea brillante, ovvero da un reportage all’interno di una web company di successo che funziona da piattaforma di condivisione di spaventosi video amatoriali. Finché non sarà uno di questi a seminare morte tra i boss della compagnia. Come dire: attenzione a maneggiare la parte oscura del web, finisce che questa inizierà a prendere di mira te. La morale ci sta tutta, il concept come detto è originale ma lo svolgimento si prende troppo tempo, menandola per una buona ora prima di passare all’azione, come un qualunque Paranormal film, il riferimento più immediato. Col quale il lavoro di Dean Matthew Ronalds condivide anche l’implicita natura di scherzo.

Di cui ha tutta l’aria anche The Love Witch, uno dei titoli più tossici di After Hours. Solo che nel film di Anna Biller l’ironia e la leggerezza che investono la superficie del film nascondono al contrario riflessioni più profonde sul rapporto tra eros ed erotismo e sulle relazioni di potere uomo/donna, risolte in chiave softcore e femminista. Tra scenari pittoreschi – che evocano i colori sgargianti dei melò anni ’50 e i deliri trash dell’horror sexy italiano dei ’70 – e tour de force attoriali (notevole Samantha Robinson), resta un’operazione confinata dentro un’orgogliosa marginalità, visivamente luccicante e sbarazzina, politicamente simpatica ma incapace di provocare sussulti. Che è poi anche l’esito di una ghost story più classica come Lavender di Ed Gas Donnely, dove la beatificante presenza di Abbie Cornish e qualche svolazzo di regia non riescono a nascondere la convenzionalità dell’intreccio e l’usura di certi espedienti narrativi.

E se di Sadako V Kayako è meglio non proferir parola – siamo dalle parti sceme di Freddie V. Jason, ma adattate agli spiriti maligni nipponici di The Ring e The Grudge – qualcosa in più si può dire dei due ultimi titoli che prendiamo in considerazione: Sam Was Here e Safe Neighborhood. Nel primo, diretto da Christophe Deroo, un venditore porta a porta capita in una città apparentemente spopolata nel deserto del Mojave. L’unica cosa animata è una radio locale in cui si parla di un serial killer di bambini. Poi qualcuno viene fuori e prova ad uccidere il protagonista, scambiato per il killer di cui sopra. Lo spunto per un corto viene dilatato oltremodo e, nonostante il suggestivo scenario, si capisce presto come il regista non sappia dove andare a parare. In più il monito contro il potere dei media non è nuovo e la tensione latita.
Non latita ma si stempera a più riprese in Safe Neighborhood, che è un prodotto australiano intelligente, in cui la situazione tipica dell’home invasion (con bambino) viene brillantemente ribaltata.  Fin troppo brillantemente dal momento che il film vira spesso sul registro della commedia. Spaventi? Non scherziamo. Pur nella buona riuscita dell’operazione un fan dell’horror non può non storcere il naso.

Insomma, tra streghe, mostri, spettri e serial killer, di horror ne avremmo pure in abbondanza, a mancare però sono i brividi. Quelli che ogni tanto capita ancora di provare al cinema (basterebbero 10 minuti di un qualunque James Wan per riscattare l’intero pacchetto di After Hours) e ai festival (solo a Torino due anni fa passava un certo It Follows, con The Witch il migliore horror movie da molti anni a questa parte).
E’ vero che con tutto l’orrore quotidiano che ci rimbalza addosso pretendere di provarne uno, vero e forte, attraverso la fiction suona strano. Ma non lo è. Il cinema ha una capacità di sensibilizzare che altri media non hanno. Nessun servizio televisivo sul tema dei migranti potrà mai suscitare quelle stesse emozioni che abbiamo provato vedendo Fuocoammare.

Il cinema ha questo potere di neutralizzare gli apatici che lo rendono unico, inimitabile, ancora necessario. Perché dunque non scommettere di nuovo sul suo dispositivo emozionale, affettivo? Perché abbandonare la partita, indossare l’abito del saputello che gioca con le forme, strizza l’occhio allo spettatore intelligente e si esaurisce nelle solite dinamiche ironiche e autoriflessive, nell’ibridazione d’autore, nelle sfinite possibilità del remake?

La paura è importante. Non c’è libertà senza, ma l’automatismo dei robot.
Uno dei più grandi romanzieri del secolo scorso, Joseph Conrad, ne L’agente segreto crea il personaggio del Professore, un aspirante bombarolo che teme che la folla della città sia insensibile alla paura.
Oggi i professori spopolano nelle tribune politiche, raccolgono voti, diventano leader. Seminano ansie posticce tra quanti non distinguono e non conoscono la funzione del brivido e della catarsi. Quelli che una volta dispensava e assicurava il buon cinema horror. Prima che diventasse un horror di cinema. Perché nulla è più terrificante di un pubblico che non prova più paura, ma sa come additarla e darle un nome.

 

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