Terapia israeliana

Dal tormentato rapporto col padre e la sua terra, Restless di Amos Kollek: "Per tornare a sperare nel cambiamento"
14 Febbraio 2008
Terapia israeliana

Dall’Israele una storia intima e personalissima, che nelle inquietudini del regista trova un motivo di speranza per la pace in Medioriente. E’ il caso di Restless, rigoroso dramma su solitudine e incomunicabilità in gara per l’Orso d’Oro, che Amos Kollek ha girato per fare i conti con l’ingombrante figura paterna: “A casa era sempre assente e con lui non ho mai avuto con lui un grande rapporto – racconta il cineasta, figlio di un celebre sindaco della città di Gerusalemme, proprio di recente scomparso -. Ho approcciato questo film per convincermi che le persone possano davvero cambiare. All’inizio di questa avventura, non sapevo però dove mi avrebbe portato. Soltanto alla fine delle riprese ho capito che la possibilità esiste davvero. E se cambiano gli esseri umani, un intero paese può riuscirci e finalmente trovare la pace”.
Lui stesso nato a Gerusalemme, ma da lungo tempo emigrato negli Stati Uniti, Kollek ha messo la sua biografia a servizio dell’intera storia. A parlare di lui e del travagliato rapporto col padre e con la sua terra, è sullo schermo proprio un cinquantenne israeliano che si è lasciato alle spalle patria e famiglia, per cercare fortuna a New York. Mentre lui, ruvido e disilluso, tenta lì di sbarcare il lunario, il figlio che ha messo al mondo e abbandonato 21 anni prima coltiva il suo livore dagli avamposti del Libano. Commerciante di gioielli che naviga in cattive acque, il padre affida la sua rabbia di artista frustrato a strampalate poesie, scribacchiate sui tovaglioli dei bar e poi recitate in un nightclub. Alla platea ebrea che lo segue con crescente passione, rivela così il suo misto di amore e odio, per quella “terra della violenza e della stupidità” da cui si è sentito respinto. “Mi sono emotivamente molto vicino a entrambi – spiega il regista -. Comprendo perfettamente la rabbia e la frustrazione per un paese che amiamo, ma non riusciamo a cambiare. Una sensazione di impotenza, che da lontano si acuisce ancora di più. E sento poi molto mie le reazioni del figlio: tutti mi dicevano che avevo un gran padre, ma io sono stato l’unico a non accorgersene. Avrei voluto conoscerlo di più, ma non ho fatto in tempo. E’ morto appena prima che iniziassimo le riprese”.
Dell’ottimismo maturato dal regista nel corso delle riprese, parla dallo schermo l’evoluzione della storia. Lontani da sempre e incapaci di avvicinarsi, i due si ritrovano grazie all’iniziativa del figlio. Motore emblematico del cambiamento è lo smarrimento di un paese intero, che il giovane Moshe vive all’improvvisa morte della madre: senza patria e senza famiglia, decide quindi di giocare il tutto e per tutto, confrontandosi col suo passato. “Sia l’uno che l’altro muovono da grande amarezza e disillusione. Il procedere degli eventi mostra però il loro graduale avvicinamento e la consapevolezza di poter cambiare le cose”. Una prospettiva che, su più larga scala, Kollek augura anche al suo paese: “Considero lo Stato d’Israele uno dei più grandi miracoli dell’ultimo secolo. Una terra nei confronti della quale tutti noi abbiamo grandissime aspettative. L’ostacolo più grande da superare è quello di un governo che riesca finalmente a superare la guerra. Sono però convinto che si tratti di un traguardo alla portata: con gli israeliani, cambierà alla fine anche il paese”.

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