Sulle tracce degli American Animals

"Faccio coesistere fiction e non fiction perché credo che quei ragazzi abbiano agito così pensando di essere dentro a un film", dice Bart Layton. Al RomaFF13 con un heist-movie basato su una storia vera (?)
Sulle tracce degli American Animals
Bart Layton - Foto Pietro Coccia

“Volevo restare il più fedele alla realtà e inserire i veri protagonisti mi sembrava il modo giusto per far coesistere fiction e non fiction. Perché in fondo è come se quei ragazzi abbiano agito così per sentirsi dentro a un film”.

Sei anni dopo il sorprendente The Imposter, Bart Layton dirige American Animals, film basato su eventi realmente accaduti che racconta la storia di una delle più audaci e sorprendenti rapine della storia americana. Interpretato da Barry Keoghan e Evan Peters, il film – oggi alla XIII Festa del Cinema di Roma – sarà poi distribuito in Italia da Teodora.

“Quando ho scoperto la storia i quattro ragazzi erano ancora in prigione, non credo avessero mai avuto per esprimere le emozioni provate in seguito a quell’avvenimento. Le loro famiglie ne sono uscite distrutte di quanto successo. I ragazzi volevano parlarne, ma non pensavano di essere parte del film. Non volevano rivivere la situazione, li ho dovuti convincere, spiegargli quale fosse lo scopo: una rappresentazione onesta della vicenda”, racconta ancora Layton.

Che confeziona un atipico heist-movie, inserendo come contraltare agli attori i veri protagonisti della vicenda, Spencer Reinhard, Warren Lipka, Eric Borsuk e Chas Allen: i primi due, amici cresciuti a Lexington, nel Kentucky, studiano all’università locale ma vogliono dare una svolta alla loro vita e per farlo sono pronti a tutto. Il loro obiettivo diventa rubare un rarissimo libro antico (The Birds of America di John James Audubon), custodito nella biblioteca universitaria senza particolari misure di sicurezza, nonostante il suo altissimo valore. Reclutati altri due compagni, il contabile Eric e lo sportivo Chas, iniziano a programmare il colpo fino agli ultimi dettagli, ma li attende una serie di rocamboleschi imprevisti…

“Credo che Spencer fosse in qualche modo attratto da Warren, non in termini erotici, ma era in cerca di un’esperienza di vita che lo facesse sentire vivo, nel vero senso della parola. E Warren gli ha dato quest’opportunità. Entrano così in questo mondo da film, in questa vita un po’ mondana, e si lasciano la realtà alle spalle”, dice il regista, che si sofferma nuovamente sulla scelta di aver utilizzato anche il racconto in prima persona dei veri protagonisti della vicenda: “Una delle cose più interessanti del processo è stato scrivere utilizzando i vari punti di vista. Mi raccontavano gli avvenimenti in maniera differente, la mia decisione è stata trarre il meglio da questa disparità di visioni. Non sono narratori affidabili perché la realtà non lo è. In che misura è stato vero, quanto è stato frutto di fantasia? Le scene in cui Warren incontra il tizio a Central Park o ad Amsterdam le ho girate in modo diverso, sono film all’interno del film. Se io fossi Warren e raccontassi quella versione del viaggio, probabilmente immaginerei che ad Amsterdam per l’incontro ci fosse stato uno con la faccia di Udo Kier, ecco perché a quel tavolo nel film c’era lui”.

Per quanto riguarda invece le varie citazioni e le influenze di certo cinema di genere, Layton spiega:

“Volevo che fosse un film ispirato sì a certi heist-movie, ho guardato molti film sulle rapine, come fanno i ragazzi nel film in fondo, visto che non esistono libri che ti insegnano a fare una rapina. Volevo rendere omaggio ad alcuni di questi film, ma anche provare a rovesciarne la forma, in modo tale di essere complici del processo. Il riferimento più grosso è forse a Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet, incentrato su qualcuno che non nasce criminale e capisce che non è tagliato per quest’attività. Ma penso anche ai vari Ocean’s, film senza vittime, senza qualcuno che si fa male. E infatti in American Animals è così, ma fino a un certo punto, fino a quando varchi la linea che non dovresti varcare. E lì si torna al mio universo più documentario”.

Ma che cosa spinse davvero quei ragazzi a compiere un’azione simile?

“Non ho mai pensato che fossero cattivi, ma che fossero protagonisti di una storia dei nostri tempi: il fatto di voler lasciare un segno nel mondo, conseguente alla pressione sociale che ti spinge ad essere ‘speciale’, a distinguerti dalla massa. Quando ti accorgi che invece sei una persona come tutte le altre, finisci per commettere l’errore di considerarti un perdente”, spiega il regista, che aggiunge: “La storia è ambientata tra il 2003 e il 2004, oggi abbiamo tutti questi dispositivi, da Instagram a Twitter, e penso spesso che forse i giovani pensano di stabilire la loro presenza nel mondo in base a quale sia il numero di follower che hanno sui social media.  Spencer (che all’epoca era un aspirante pittore e a tutt’oggi, dopo i 7 anni di galera, è l’unico dei 4 rimasto a Lexington, facendo l’artista, ndr) aveva letto che tutti i grandi artisti avevano vissuto una vita piena di esperienze profonde, anche negative, e lui invece viveva una vita normale. È questo che non concepiva”.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy