Sul Sole come in Iraq

Danny Boyle sul suo fantascientifico Sunshine: "Una missione impossibile, condotta con tracotanza"
10 Aprile 2007
Sul Sole come in Iraq
Sunshine

“Finirà 1 a 0 oppure 2 a 0 per il Manchester. Il mio timore è però che la Roma riesca a segnare e che, quindi, alla fine ci sia un pareggio”. Più che della fantascienza di Sunshine e del viaggio di un gruppo di astronauti per riaccendere il cuore del Sole morente, il regista inglese Danny Boyle sembra avere altre preoccupazioni. Il centro del suo universo, almeno oggi, non è il cuore del sistema solare, ma l’Old Trafford, dove Manchester United e Roma disputeranno la gara di ritorno della Champions League. “Mi ha appena telefonato un amico che lavora lì, lo sapete che Totti non può giocare?”, scherza Danny Boyle, che con Sunshine – in uscita il 20 aprile – affronta per la prima volta la fantascienza, in un film sensibilmente ispirato alle suggestioni del grande cinema del passato. “2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, Solaris di Andrei Tarkovski e Alien di Ridley Scott sono state importanti influenze per il mio lavoro: tre capolavori a cui non si può non pensare se ti avventuri nello spazio dal punto di vista cinematografico”.
Sunshine è infatti un film molto diverso dal cinema SFX a cui siamo stati abituati negli ultimi anni: una pellicola in cui spiritualità e tecnologia vanno di pari passo, seguendo un insolito percorso narrativo che Boyle sviluppa con il solito talento visionario e il medesimo gusto per l’originalità: “La premessa di otto astronauti che volano verso il Sole sul dorso di una bomba grande quanto Manhattan era di per sé molto affascinante – spiega l’autore inglese -. Nessuno aveva poi mai fatto un film sul Sole. Intorno ci avevno girato Thunderbirds e Lost in Space, ma si trattava di situazioni più all’insegna del ‘che caldo che fa’, che di qualcosa di veramente serio e interessante. Ho trovato questo argomento di grande interesse, proprio perché è all’origine della vita per tutti quanti noi”. Distribuito da 20Th Century Fox, Sunshine è curato per l’Italia direttamente dalla società oproduttrice, insieme alla Dna di Andrew MacDonald, Fox Searchlight, l’etichetta indipendente collegata alla grande Major americana.
Costato cinquanta milioni di dollari, il film gode di un’enorme libertà creativa che è sintetizzata da Boyle in un film sull’esplorazione piuttosto che sulla ‘conquista’ del cosmo: “Volevano da noi un film completamente differente – racconta il regista di Trainspotting e The Beach -. Mi avevano chiesto di portare sullo schermo protagonisti vittoriosi che conquistano il Sole e tornano a casa tutti contenti dalla loro famiglia. Quello però non sarebbe stato un mio film, ma di Michael Bay! Come cercare un happy ending così melò e privato? La realtà è che non puoi confrontarti con il potere estremo della Natura senza essere pronto alla sconfitta o a pagare un certo prezzo. Questa visione del cinema si riflette nella politica estera degli Stati Uniti. Come puoi pensare di andare in Iraq e tornare vittorioso? Ok, sei sopravvissuto al Vietnam, ma se pecchi di Ubris, ovvero di tracotanza, non potrai mai vincere . Adesso credono che torneranno dall’Iraq in tempo per una festa da ballo, ma questo – nella vita – è molto improbabile. Per questo motivo la mia astronave si chiama Icarus: perché penso che non si possa essere tracotanti. Altrimenti l’avrei battettezzata: Messaggero del Potere Assoluto o George W. III”.
Il 1° settembre uscirà in Italia (l’11 maggio in America e Usa) 28 settimane dopo, sequel di 28 giorni dopo diretto da Boyle qualche anno fa. “Mi sono ritagliato il ruolo di produttore esecutivo – spiega -. L’impegno per Sunshine non mi consentiva di fare di più. Sono, però, soddisfatto da quello che ha fatto il regista Juan Carlos Fresnadillo, il filmaker spagnolo autore di Intacto che ha scelto come direttore della fotografia il colombiano Enrique Chediak. La Londra deserta ha, ancora una volta, un ruolo molto importante, sebbene, sia straordinario vedere come l’hanno resa due cineasti non inglesi. Hanno intravisto qualcosa che uno come me non sarebbe mai riuscito a vedere”.

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