Silence secondo i gesuiti

“E’ un film che non risolve problemi, se li assume”, dice padre Antonio Spadaro. E in Scorsese coglie “forte l’impronta del sacro e della violenza”
Silence secondo i gesuiti

Padre Antonio Spadaro è un gesuita, teologo e saggista, dirige la rivista La Civiltà Cattolica, e ha avuto un lungo dialogo con Martin Scorsese su Silence, e non solo. Con lui abbiamo cercato di accostare teologicamente “il film della vita” del regista italo-americano. L’intervista completa è disponibile sul numero di gennaio-febbraio della Rivista del Cinematografo, a breve in edicola.

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Padre Spadaro, ha inteso perché Scorsese considerasse, e consideri, Silence il film della vita? L’opera istruisce due strade, fede e misericordia, e sembra propendere per la seconda: qual è la sua opinione?
La mia intervista con Scorsese è stata molto ampia. Di fatto si è svolta lentamente in sei mesi e abbiamo avuto almeno due lunghi colloqui faccia a faccia, uno a New York e uno a Roma. Prima ancora che Scorsese me lo dicesse apertamente, ho capito subito che quello era il film della sua vita. Abbiamo parlato delle sue esperienze ma anche delle sue letture. Tutto sembra convergere verso il momento di Silence. Ho percepito che la sua esperienza sulle strade di Little Italy e quelle fatte nella sua parrocchia come chierichetto hanno lasciato tracce profonde in lui. Dentro di lui è rimasta forte l’impronta del sacro e quella della violenza. Ma soprattutto quella che lui ha definito una “ossessione” per la dimensione spirituale della vita. Alla luce di questa rilegge oggi anche episodi di autodistruzione che ha vissuto. Ma le sue letture sono parte di questo clima interiore. Alla fine Scorsese nell’intervista percorre la sua produzione e ritrova un filo, un senso. Certamente sente forte la misericordia, e in maniera anche sconcertante. Nell’intervista mi ha detto che per lui il più affascinante e intrigante di tutti i personaggi sia Kichijiro, un personaggio che tradisce costantemente e causa continuamente danni a se stesso e a molti altri. Scorsese, a mio avviso, si riconosce un po’ in lui. Riandando ai film che ha fatto sente Kichijiro vicino a Johnny Boy di Mean Streets: entrambe sono ricettacoli di distruzione o di salvezza.

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Da gesuita ha riscontrato verosimiglianza in Silence? Da gesuita comprende la scelta di padre Rodrigues? La giustifica anche?
Non si tratta qui di tagliare il discorso con una giustificazione. Silence mette in scena un dramma complesso dove persino l’apostasia assume contorni complessi. Certo non è un gesto libero, ma talmente sofferto da essere esso stesso una crocifissione, una tortura. È motivato dalla salvezza di altra gente che soffre ingiustamente, non certo per la propria. Endo, con una finezza che solo un artista può esprimere, fa capire come Rodriguez che compie un gesto di apostasia è figura di Cristo che soffre fino alla morte. Scorsese lo segue con fine sensibilità spirituale. Alla fine è il dramma che implode, esprimendo una violenza sorda e tragica.

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Qual è a suo avviso l’attualità di Silence? Quale strada suggerisce alla Chiesa di Papa Francesco?
Il film non suggerisce nulla a livello di “idee”. Ciascuno può fare la sua meditazione dopo che uscirà dalla sala cinematografica. Certamente suggerisce una meditazione sulla fede.

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E’ stupito, ammirato, compiaciuto di un’arte che laicamente sa portare domande così pregnanti, e così scomode, al centro della Chiesa?
Quando si esce dalla visione di Silence non si può rimanere indifferenti. Crollano le certezze superficiali e si medita sul senso della vita e sulle cose che per noi sono importanti davvero. Sono sì stupito, ammirato e compiaciuto per la potenza che ha l’arte di essere luogo in cui le grandi questioni si agitano e si esprimono. E questo avviene non in maniera ideologica o astratta, ma mettendo in scena la vista delle persone. Silence è un film sull’apparente silenzio di Dio. Suggerisce come Dio parli con la sua presenza nella vita delle persone, accanto ad esse. Non risolve i problemi: se li assume. Ho chiesto a Scorsese se c’è stata una situazione in cui ha sentito Dio vicino, anche se taceva. Lui mi ha fatto esempi bellissimi. Uno di questi mi ha colpito molto. Risale alla sua giovinezza quando serviva la messa. Dopo usciva per strada e si chiedeva: “Com’è possibile che la vita vada avanti come se niente fosse accaduto? Perché non è cambiato niente? Perché il mondo non viene scosso dal corpo e dal sangue di Cristo?”.

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