Senza lasciare tracce

Jan P. Matuszyński porta in Concorso Żeby nie było śladów, storia vera di uno studente ucciso dalla milizia: "Raccontiamo la storia attraverso la prospettiva del testimone"
9 Settembre 2021
Festival, In evidenza
Senza lasciare tracce
Credits: ukasz Bk

“Quella dell’uccisione di Grzegorz Przemyk era una storia che non conoscevo. Sono nato nel 1984, un anno dopo quel delitto, per me è stato faticoso ricostruire quegli anni. Ma volevo fare un film che non era mai stato fatto”. Così il regista polacco Jan P. Matuszyński riflette sul suo Żeby nie było śladów (titolo internazionale: Leave No Traces), in Concorso alla Mostra di Venezia.

Grzegorz Przemyk era uno studente liceale, figlio di una poetessa vicina a Solidarność, che fu picchiato a morte dalla milizia nella Polonia del 1983. Il film ricostruisce il caso mettendo al centro l’unico testimone del pestaggio, Jurek, amico della vittima che, avendo deciso di testimoniare, entra nel mirino del regime.

Scritto da Kaja Krawczyk-Wnuk, Żeby nie było śladów è ispirato al libro-inchiesta di Cezary Łazarewicz: “Non volevamo raccontare la storia attraverso la prospettiva di un giornalista – spiega il regista – ma con lo sguardo del testimone, colui che è stato più vicino alla vittima e che ha visto la verità, l’unico che può dire chi ha fatto del male a Grzegorz”.

“Quando ho iniziato a pensare a questo film – continua – mi sono concentrato sul tema dell’oppressione, avendo in mente l’inquietudine morale del cinema americano degli anni Settanta, di quello giapponese, dei film di Michelangelo Antonioni. Abbiamo creato un mosaico di generi: è un film storico ma anche thriller e un dramma familiare. Per ricostruire la Varsavia del periodo abbiamo voluto trovare elementi che non fossero solo decorativi, perché il racconto legato specificatamente a quella scenografia. Non poteva essere una cartolina del passato”.

Una storia legata a quel momento storico ma ancora di attualità, che ricorda anche la tragica vicenda di Stefano Cucchi: “È un film sulla libertà di parola ma anche sulla libertà d’interpretazione degli spettatori. Il cinema permette di andare oltre le barriere, possiamo produrre film che parlano del passato pensando al presente. Il caso di George Floyd, per esempio, è molto diverso sul piano storico ma ha tanti aspetti simili”.

Credits: ukasz Bk

“Quando è caduto il comunismo – dice Tomasz Kot, che nel film interpreta un funzionario impegnato a insabbiare il caso – ero adolescente. La mia generazione è l’ultima a ricordare quegli eventi avendoli vissuti. Se per gli attori giovani hanno partecipato a un film storico, per me è come rivivere una realtà che ho vissuto in prima persona. Mio padre era un attivista di Solidarność”. Giovane è sicuramente Tomasz Ziętek, protagonista nel ruolo di Jurek: “Non ho vissuto quel periodo, ho studiato il personaggio calato nel suo momento storico”.

Sandra Korzeniak è la madre della vittima, la poetessa Barbara Sadowska: “Sono nata nel 1976, ho ricordi precisi di quella stagione. Sinceramente non conoscevo la storia, avevamo poche tracce di questa donna ma, con varie ricerche, abbiamo trovato qualche intervista, molte testimonianze, tante foto. Così ho potuto fare un’analisi della vita di questa grande poetessa”.

Agnieszka Grochowska e Jacek Braciak sono i genitori di Jurek: “Il film era tutto costruito sulla sceneggiatura e sui costumi, mi sono concentrata sulle relazioni umane dei nostri personaggi” dice lei. E Braciak: “Ho vissuto quegli anni, c’era. Il cinema era l’unico strumento per aver un po’ di respiro durante il regime. Adesso possiamo dire quello che vogliamo, possiamo anche dire che il presidente è stupido senza fare allusioni ma adottando un linguaggio diretto. Ci sono molti problemi in Polonia ma questo all’epoca non si poteva fare”.

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