Sbattuti in Cella 211

"Il carcere è il mondo compresso in mp3", dice lo sceneggiatore Guerricaechevarria. Che porta in sala il prison-movie spagnolo
13 Aprile 2010
Sbattuti in Cella 211

“Il carcere è il mondo compresso in mp3, come mi ha detto un detenuto. Ha le stesse passioni e sentimenti del mondo fuori, ma più concentrate, intense”. Parola di Jorge Guerricaechevarria, co-sceneggiatore col regista Daniel Monzon di Cella 211, già presentato con successo alle Giornate degli Autori di Venezia 2009 e da venerdì 16 aprile in 180 sale con Bolero.
Dopo l’acclamato Il profeta del francese Jacques Audiard, tocca alla Spagna dare un’altra spallata al monopolio americano sul prison-movie: dal libro omonimo di Francisco Pérez Gandul (Marsilio), Cella 211 ha trionfato con ben otto premi Goya, raccontando il giorno di straordinaria follia del 27enne Juan Olivier (Alberto Ammann), che, in procinto di prendere l’incarico da secondino, si ritrova in una cella, la 211, di massima sicurezza e
viene scambiato per un detenuto: mentre scoppia la rivolta,  dovrà fingersi criminale e scontrarsi-incontrarsi con il boss del carcere, Malamadre (Luis Tosar). Ma la repressione del sistema carcerario, lo colpirà là dove fa più male, ovvero negli affetti, con la moglie Elena incinta di sei mesi (Marta Etura): Juan diventerà parte di quella stessa violenza…
“Da sempre credo il noir sia un veicolo eccellente di critica sociale: oltre al romanzo, abbiamo voluto conoscere la realtà da vicino, e ci siamo documentati con detenuti e funzionari. Come mi ha detto un recluso, “siamo immondizia da allontanare perché puzza”, e il trattamento dei malati in carcere è ancora oggi terribile: ci sono decessi per negligenza, forme di discriminazione che portano al suicidio”, accusa Guerricaechevarria, che rivela anche l’interesse degli studios per un remake americano – “Mi lusinga, e insieme mi contraria: non siamo un brogliaccio da cui Hollywood può attingere a suo piacimento” – e l’assenza di polemiche in Spagna per il ruolo importante affidato all’Eta in Cella 211: “Non è un argomento tabù, viceversa, il nostro carcere è il microcosmo della società”.
Protagonista di una prova terrificante, Tosar sottolinea il privilegio da lui accordato ai “personaggi marginali, come già ne I lunedì al sole e Ti do i miei occhi, ma qui Malamadre è estremo, riconoscibile, spettacolare, così che è più facile provare empatia per il pubblico”, mentre l’esordiente argentino Ammann dice di essersi “ispirato alla serie Tumberos, cruda e realistica, e alle terribili esperienze nelle carceri latino-americane degli anni ’70 e ’80”.

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