Ryan Coogler sbarca a Cannes

Il regista di Black Panther si racconta al pubblico: "Amo le donne forti, nel cinema e nella vita. Non mi mi dispiacerebbe un sequel al femminile"
Ryan Coogler sbarca a Cannes
Ryan Coogler - Foto Pietro Coccia

“Realizzare un film è sempre una sfida. Il cinema è la mia passione e mi ha cambiato la vita. È una grandissima emozione poter essere ospite del Festival di Cannes”. Ad attendere Ryan Coogler ci sono fan da tutto il mondo, e tra gli invitati c’è anche Raoul Peck, il regista di I’m Not Your Negro e Il giovane Karl Marx.

Quando la Marvel si è rivolta a Coogler per proporgli il progetto di Black Panther, lui era una giovane promessa con alle spalle due film: Fruitvale Station del 2013 e Creed del 2015.  T’Challa e il Wakanda hanno sbancato il botteghino, incassando un miliardo e trecento milioni di dollari nel mondo. “Nessuno si aspettava un successo così grande. Abbiamo cambiato le cose, dato uno schiaffo al razzismo e al pregiudizio. Gli effetti della colonizzazione si sentono ancora su Hollywood, ma qualcosa sta cambiando”.

Per Coogler, appena trentaduenne, Cannes non è una realtà nuova, perché con Fruitvale Station aveva già vinto il Premio Avenir nel 2013, nella sezione Un Certain Regard. “La morte ha un posto speciale nel mio cinema. Oscar Grant era solo un ragazzo quando è stato massacrato dai poliziotti la notte di Capodanno. Il suo ricordo è ancora impresso nella nostra memoria. Anche mentre giravo Black Panther ho continuato a pensare a lui”.

 

Aveva appena finito di realizzare lo spin off della saga di Rocky Balboa quando la Marvel lo ha stuzzicato con la sua offerta: raccontare la storia di un re di colore e del suo regno nascosto, dove il vibranio è alla base di ogni innovazione tecnologica. Coogler da tempo voleva intraprendere un viaggio in Africa con la moglie Zinzi Evans, alla ricerca delle proprie radici culturali: “Mi vergogno a dirlo, ma non ero mai stato nella mia terra. L’ispirazione per il Wakanda l’ho trovata in Sudafrica e in Kenya. Ho capito che cosa significa essere afroamericano, e ho portato la nostra diaspora al cinema”.

L’idea vincente l’ha avuta guardano Il padrino di Francis Ford Coppola: “Ho capito che c’erano dei punti di contatto: il mio protagonista subentra al padre sul trono di famiglia e come Michael Corleone deve lottare per trovare il suo posto. Non si può prescindere dai rapporti famigliari. Molti giovani afroamericani crescono soli, abbandonati, quindi diventa difficile non perdersi. Per fortuna sono sempre stato molto legato a mio padre, che mi ha sostenuto in ogni mia scelta. Con mia madre guardavo tantissimi film, e a sedici anni ho scoperto Malcom X. Poi nel tempo mi hanno colpito molto anche Star Wars, The City Of God, Amores Perros, L’odio e Il profeta”. Per Black Panther si parla anche di un seguito: “Sarebbe divertente se fosse tutto al femminile. Mi piacciono le donne forti, nel Wakanda sono loro a difendere la corona. Dobbiamo metterci in discussione, per creare nuove opportunità con il nostro lavoro”.

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