Ritorno al futuro

Il giorno del giudizio è passato, ma la battaglia tra uomini e terminator continua. La cyber saga più famosa del cinema riparte (quasi) da zero
25 Maggio 2009
Ritorno al futuro

Dovevano essere morti. L’olocausto nucleare scatenato da Skynet – il cervellone a neuroni elettronici incline allo sterminio – avrebbe dovuto cancellare l’umanità dalla faccia della terra. Sul set di Albuquerque invece le cose sono andate diversamente. Le colline fumano ancora, la città è un deserto, il silenzio parla ovunque di una distruzione totale, ma qualcuno respira. Sono i sopravvissuti di una guerra (in)umana, scampati al benservito delle macchine ribelli. Il leader della resistenza biotica, John Connor, è tra questi. Già sfuggito in passato alla sua irrefutabile condanna, l’uomo è pronto a guidare un’altra colossale battaglia contro i cyborg nell’atteso Terminator Salvation (dal 5 giugno in Italia), quarto capitolo di una saga che celebra i suoi 25 anni. Rispetto al 1984 – data di uscita dell’epocale film di Cameron – tutto è cambiato perché ogni cosa rimanesse com’era. Il lifting – nella sua moderna e abusata accezione di reboot – prevede novità e scongiuri contro il tempo che passa (non a caso il sottotitolo predica: The Future Begins). C’è un regista con scarsa esperienza sul campo, il mago dei videogiochi McG (Joseph McGinty); un  nuovo attore protagonista, il bravo e controverso Christian Bale; 200 milioni di dollari di budget, il più alto nella storia della saga; un’ipotesi di trilogia aggrappata all’esito commerciale di questo nuovo inizio. Non manca il mistero, tra indizi e false pista disseminate dal marketing. La sceneggiatura, firmata a 4 mani è top secret. Il finale, promette McG, scioccante. Il primo a non riprendersi è stato Josh Brolin che ha mollato le riprese dopo aver letto lo script. In mezzo a tanti innesti, il ricorso a un cast tecnico di primo livello: score a tripla partitura di Danny Elfman, Gustavo Santaolalla e Thom Yorke, creature ed effetti speciali affidati ai tecnici della Stan Winston Studio (dal nome del celebre creatore del primo cyborg, scomparso durante la lavorazione), e un puzzle di paradossi temporali, sequenze pirotecniche e interni d’anima ricostruito dal montatore del Titanic Conrad Buff. I calcoli, come gli imprecisi algoritmi di Skynet, possono rivelarsi sbagliati, ma sulla carta il film è un blockbuster da almeno mezzo miliardo di dollari. L’attesa è spasmodica e i primi screen test hanno dato esito positivo. Si rivedono Linda Hamilton – protagonista del primo indimenticato Terminator, qui voce narrante e filo diretto col passato, rievocato da alcuni flashback – e Arnold Schwarzenegger, che ha acconsentito perché la sua faccia si saldasse “digitalmente” al nuovo T-800. Torna in scena Kyle Reese – padre di John Connor – a cui presta il volto Anton Yelchin. Completano il cast Sam Worthington ed Helena Bonham Carter, in ruoli indecidibilmente sospesi tra Bene e Male. La confusione, l’ambiguità ontologica e morale, sembra il marchio distintivo del nuovo corso. Cyborg sempre più umani e viceversa, alla maniera di Blade Runner. Unito al vecchio (anacronistico?) adagio sui limiti della scienza, che risale al mito di Frankeinstein e anche più indietro. Si sa come va finire: il creatore ristabilisce ogni volta il proprio controllo sul creato, e l’essere infinitamente più piccolo, fatto di carne e umane debolezze, ha la meglio su un nemico cento volte più potente (come nel caso di Terminator). Il destino ha una coerenza superiore al calcolo, in quanto dotato di un fine morale che il secondo non possiede. Trasgredire lo schema è sempre possibile però, specie in tempi di recessione, quando le ombre avvolgono le luci. Le cose non vanno come dovrebbero e si spalanca l’apocalisse. D’altra parte il fascino della saga si poggia proprio sul suo carattere millenaristico, da antica narrazione biblica. Come ha scritto Gavriel Moses, Terminator “non è altro che la versione aggiornata della evangelica fuga in Egitto. Il redentore ancora da nascere, la cui missione è quella di garantire la futura salvezza dell’umanità, deve a tutti i costi essere salvaguardato dagli attentati di una struttura di potere la quale, pur di difendersi, non esita a seminare stragi”. La commistione tra organico e inorganico copre quella tra umano e divino, e si radica nel profondo bisogno dell’io di superare ogni volta se stesso, nel tentativo di forzare i propri ambiti naturali. Questo spiega non solo il perdurare nella fantascienza dello scontro tra l’individuo e la macchina, l’uomo e il cyborg, ma anche perché accanto al cyborg cattivo debba emergerne uno buono. Ultimo baluardo di un superomismo tecnologico che è necessario combattere purché venga salvato.

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