Riflettori su Virzì Jr.

Il fratello Paolo, la musica, il cinema: l'esordiente Carlo in anteprima all'Infinity con Adelmo torna da me
3 Aprile 2006
Riflettori su Virzì Jr.
Il registaCarlo Virzì

“Un fratello, un padre un collega. Questo è stato ed è per me Paolo”. Sono colme di affetto le parole di Carlo Virzì, fratello minore del regista di Caterina va in città e di N., nuovo film su Napoleone con Monica Bellucci. Due fratelli legati da una grande passione per il cinema. Dopo aver seguito Paolo in tutti i suoi lavori come assistente regia, musicista e attore, il Virzì junior esordisce in macchina da presa presa con Adelmo torna da me, commedia romantica con Laura Morante e Neri Marcoré, presentata in anteprima all’Infinity Festival di Alba. Alla serata, condotta dalla Rivista del Cinematografo, ha partecipato anche Teresa Ciabatti, autrice dell’omonimo libro a cui è ispirata la commedia, attesa nelle sale per la prossima estate. “A propormi questo progetto – dice l’artista toscano – è stata la Cattleya con cui avevo lavorato in Caterina va in città. Cercavano un regista esordiente che desse al film un tocco spontaneità, senza pretese autoriali”. È stato così che, sulle orme del fratello e con una lunga carriera da musicista alle spalle, si è messo in gioco in prima persona.

Come descriverebbe il rapporto con suo fratello?

Siamo molto uniti. Lui ha otto anni più di me e mi è sempre stato vicino, specialmente quando abbiamo perso nostro padre. Io avevo solo 11 anni, e lui con le sue premure è riuscito a colmare il vuoto che il babbo mi aveva lasciato e ad alleviare il dolore. Anche nel lavoro abbiamo un ottimo affiatamento. Sono stato dietro a Paolo fin dai tempi di Ferie d’agosto, nel 1995. In Baci e abbracci ho anche recitato una parte. Lui, d’altro canto, mi ha aiutato a scrivere la sceneggiatura del mio primo film.

Quanto conta chiamarsi Virzì ?

Nel rapporto con i produttori è un vantaggio. Per loro che io sia un Virzì è una sorta di garanzia. Per me invece è deleterio perché scatta subito il confronto. Ma noi riusciamo a superare lo scoglio del paragone perché lavoriamo in gruppo e questo ci fa da collante.

Dalla musica al cinema. Com’è avvenuto il passaggio?
E’ un connubio di arti inscindibile. La musica mi ha conquistato quando frequentavo la prima media e saltavo le lezioni per abbandonarmi alle magiche note della mia chitarra. Poi nel 1995 ho formato un gruppo, gli Snaporaz, con cui per dieci anni ho girato l’Italia in tournèe. Insieme abbiamo composto le colonne sonore di vari film di Paolo, da Ovosodo a My Name is Tanino, e ovviamente anche quelle di Adelmo torna da me. Ma il cinema l’ho amato quando ero ancora più piccolo, e prima dello stesso Paolo che, a quei tempi, era tutto preso dalla scrittura e dalla letteratura.

Quali sono i vostri punti in comune e quali le differenze?
In comune, a parte la mancanza di capelli, abbiamo ben poco! Abbiamo un diverso modo di vedere la vita. E ciò dipende molto dal periodo in cui siamo cresciuti: Paolo negli anni ’70 da cui ha imparato la passione per l’impegno civile, le ideologie, e soprattutto per la scrittura. Io invece ho assorbito tutta la spensieratezza del decennio successivo: la mia è una generazione leggera, che vaga alla ricerca delle assurdità dell’animo umano. E la musica ha contribuito molto a forgiare il mio carattere. Per semplificare potrei dire che Paolo è l’intellettuale, io il sognatore.

Adelmo torna da me è ambientato proprio negli ‘80. Una scelta autobiografica?
Forse un po’. Rivivere quel momento attraverso le vicende dei due giovani protagonisti, Gabriella Belisario nei panni della ricca e beneducata Camilla e Jacopo Petrini in quelli del ragazzo di campagna Adelmo, mi ha riempito di emozioni. Gli scenari, le musiche dei Duran Duran, i sentimenti adolescenziali… Un universo di magia arricchito dalla presenza di grandi attori come la Morante, Marcorè e Andrea Renzi: niente male per un esordio.

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