Reality

Dall’11 settembre alla pandemia: la sospensione dell’incredulità non la richiede più il cinema, eppure... Un'anticipazione dalla cover story del nuovo numero della Rivista del Cinematografo, disponibile dal 1° aprile
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Quando vent’anni fa il primo aereo entra nella prima torre, ce lo ricordiamo. Ricordiamo probabilmente anche quel che pensammo al riguardo: una parola, sei lettere. Cinema. Vent’anni più tardi, abbiamo capito come quell’invito a comparire fosse in realtà condanna in contumacia. L’uno-due degli aerei nelle Twin Towers assestava una combinazione ancor più devastante a immagine e immaginario: le Torri cadevano e il cinema non era della partita. Non aveva preconizzato, prefigurato nulla.

Ground Zero sarebbe divenuto il grado zero della Settima Arte del XX secolo. I due fasci di luce proiettati nel vuoto l’epitaffio. Il cinema che moriva – meglio, che trasfigurava – da elefante novecentesco non chiedeva più atti di fede, ma palesava un passaggio di testimone che era di stato, e di status: la sospensione dell’incredulità, che da spettatori devoti osservammo in sala per cent’anni e più, ci sarebbe stata richiesta dalla realtà.

L’imposizione del proprio sguardo sul mondo brutalmente archiviata dall’imposizione del mondo sul proprio sguardo, il grande dittatore del XX schiacciato dal mappamondo del XXI secolo: da un lato, gli autori massimalisti ridotti a ebanisti minimalisti; dall’altro, la cosmogonia a derivazione, dall’universo mondo agli universi Marvel e DC.

Il miracolo osceno del 9/11 ha stralciato il miracolo della scena: avremmo iniziato a vivere l’irrealtà e a farci spettatori della realtà. La geopolitica dello spettatore avrebbe rimpiazzato la politique des auteurs, e come l’abbiamo capito vent’anni più tardi: il Covid-19. Tra chiusura sale e apoteosi degli streamers, la pandemia ha reso il cinema più piccolo, fino a scomparire.

Lo spettacolo dell’irrealtà ci ha reso spettatori di una cronaca solo approssimata, meno, appena vagheggiata dalla finzione cinematografica: non è bastato Nanni Moretti (Habemus Papam), non è bastato Paolo Sorrentino uno e bino (The Young Pope, The New Pope), per la Via Crucis di papa Francesco in una piazza san Pietro deserta e bagnata.

Lì abbiamo capito, una volta per tutte, come l’audiovisivo avesse smesso di compiere miracoli, ed ecco davanti ai nostri occhi scorrere finalmente la sequenza: l’11 settembre, le dimissioni di Ratzinger, i due papi, l’incendio di Notre Dame, ovvero la fine dell’Occidente, e qualcosa di più, per come l’abbiamo conosciuto.

Il ribaltamento prospettico avrebbe fiancheggiato la rivoluzione, avremmo chiesto agli occhi di vivere (l’esperienza), e all’esistenza di guardarci (il selfie), ci saremmo non più ritrovati in tanti (spettatori) davanti a uno (film), ma uno (spettatore) davanti a tanti (serie e altri prodotti in streaming). Avremmo tardivamente compreso come home video e home theatre non fossero prodotti, ma profezie.

Già, profezie. Abbiamo infine capito, dopo centoventicinque anni, che sarebbe successo se il treno dei Lumière fosse uscito dallo schermo ed entrato in sala. Abbiamo creduto all’irrealtà, e sospeso il cinema. Affacciando una domanda sullo sprofondo: “Il futuro è un’invenzione senza cinema?”.

Il numero di aprile della Rivista del Cinematografo è disponibile dal 1° aprile e acquistabile al link www.cinematografo.it/riviste/ o scrivendo a abbonamenti@entespettacolo.org.

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