Raffaele La Capria e i tuffi nel grande schermo

Un rapporto particolare quello tra il grande scrittore napoletano, scomparso a 99 anni, e il cinema: dalle sceneggiature con Francesco Rosi al legame con Paolo Sorrentino
Raffaele La Capria e i tuffi nel grande schermo
Raffaele La Capria (foto tratta dalla copertina di La vita salvata, Mondadori, 2021)

Come tanti altri grandi romanzi del Novecento, Ferito a morte non ha conosciuto un adattamento cinematografico. Ci provarono, negli ultimi anni, l’autore stesso di quel romanzo mitologico e fondativo, Raffaele La Capria (scomparso oggi a 99 anni), e uno dei suoi allievi più imprevedibili, Paolo Sorrentino (tantissimi i discepoli che gli devono qualcosa: Emanuele Trevi, Sandro Veronesi, Edoardo Albinati, Paolo Di Paolo, Alessandro Piperno, Leonardo Colombati, Chiara Gamberale, Alessio Forgione). Scrissero una sceneggiatura ma non ne erano soddisfatti, consapevoli dell’impossibilità di reificare le immagini di certi libri, e quindi lasciarono perdere.

In realtà, Sorrentino si era già confrontato con il suo illustre concittadino. È difficile non riconoscere l’indimenticabile incipit del romanzo (“La spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come un aereo quando lo vedi sbucare ancora silenzioso nel cerchio tranquillo del mattino…”) nelle prime, immersive scene di L’uomo in più, l’opera prima di Sorrentino (2001): l’ossessione per la pesca subacquea, per la seduzione della morte, per quella malinconia che ti devasta come il proiettile di un fucile, la rincorsa verso la Grande Occasione Mancata. Che è, quest’ultimo, il grande tema dell’opera di uno dei più importanti, influenti, colossali scrittori italiani del secolo scorso (ma anche nei primi venti di quest’ultimo ha dato prove incredibili e modernissime, tra autofiction e teoria della letteratura).

Ma evidentemente qualcosa rimase addosso a Sorrentino e La grande bellezza è un film intrinsecamente lacapriano: Gambardella è uno scrittore napoletano emigrato a Roma da una vita come La Capria, che nonostante l’età si porta dietro ancora un soprannome infantile (Jep ovvero Dudù, storico epiteto di Raffaele), che ha scritto tante cose sparse ma un solo romanzo che vale una vita (L’apparato umano per Gambardella; mentre La Capria, che ha scritto una quantità infinita di materiale, ha pubblicato solo tre romanzi: Un giorno d’impazienza nel 1952, Ferito a morte nel 1961, Amore e psiche nel 1973), che vive in una casa al di sopra delle nostre possibilità (La Capria abitava nei pressi del Pantheon), che indossa il vitalismo di chi era abituato a svegliarsi a Palazzo Donn’Anna a Posillipo e tuffarsi in mare.

La grande bellezza © MEDUSA (Webphoto)

È stato lo scrittore dei tuffi, La Capria: mortali dunque inevitabili, una sfida al destino ma anche la gioia di godersela fino in fondo. “Il tuffo, diversamente da un racconto o un romanzo, una volta fatto scompare – scriveva in uno dei suo saggi più lucidi, Letteratura e salti mortali – e questo senso di effimero è molto simile all’“attimo fuggente” che talvolta cogliamo nella vita. La letteratura si propone invece di durare, vuole riscattare la vita dalla sua fugacità”.

In realtà, Ferito a morte, il romanzo della lacerazione, dell’armonia perduta, della città divorata dalla Storia, al cinema ci è arrivato. In un certo senso, in una certa misura: è Leoni al sole, esordio alla regia dell’attore Vittorio Caprioli, uscito nello stesso anno in cui il romanzo vinse a sorpresa il Premio Strega. Scritta anche da La Capria, è una memorabile commedia triste che recupera parzialmente uno dei titoli originali del romanzo (Leoni di giugno) e, servendosi di appunti, dialoghi, episodi non utilizzati nel libro, racconta l’estate a Positano di alcuni giovani locali già attempati, che tentano di fuggire dal male di vivere conquistando ragazzine o ricche signore, con la coscienza dell’imminente noia invernale.

Ma la collaborazione più intensa per il grande schermo è quella con Francesco Rosi, amico di una vita e compagno di scuola. Insieme scrivono cinque film: Le mani sulla città, che nel 1963 vinse un contestatissimo Leone d’Oro a Venezia, è sicuramente il più importante, un documentato ed impietoso atto d’accusa contro la speculazione edilizia, direttamente connesso alla polemica contro il sindaco Achille Lauro già presente in Ferito a morte.

C’era una volta (1967), scritto dai due con Tonino Guerra partendo da Lo cunto de li cunti di Giovan Battista Basile, rappresenta il tentativo di contaminare il remoto repertorio favolistico meridionale con le ambizioni internazionali di un prodotto d’esportazione (Sophia Loren ancora illuminata dall’Oscar e Omar Sharif post Zivago). Un film irregolare delle e sulle radici di un popolo che scandaglia l’immaginario collettivo della gente meridionale: grande incompreso della filmografia di Rosi, quasi un “rimosso” per l’inafferrabilità della sua autonomia. Così come lo è l’apologo antimilitarista Uomini contro (1970), da Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, riflessione sull’assurdità della tragedia bellica che ridimensiona il mito della Grande Guerra.

Sophia Loren in C’era una volta (Webphoto)

Mentre Cristo si è fermato a Eboli (1979), dal memoir in esilio di Carlo Levi, rinnova la scelta di occuparsi del racconto di un popolo omesso dalla narrazione ufficiale: le vittime della speculazione, i sudditi di un regno perduto, i militari mandati al macello, un paese dimenticato da Dio. Nel 1992, Diario napoletano, documentario volto alla comprensione del mistero della città, chiude il lungo sodalizio professionale ma non quello personale.

Nei fatti, La Capria non è stato mai realmente adattato per il grande schermo. Ma lui usò il cinema per una dichiarata esigenza alimentare, ma è comunque interessante leggere il suo nome tra gli sceneggiatori di gialli (Senza sapere niente di lei di Luigi Comencini, 1969), adattamenti (Una stagione all’inferno di Nelo Risi, 1971; Una questione privata di Alberto Negrin, 1991), rievocazioni napoletane (Sabato, domenica e lunedì dell’amica Lina Wertmuller, 1990, con la quale scrive anche Ferdinando e Carolina, 1999), sperimentazioni borghesi (Identikit dell’amico Giuseppe Patroni Griffi, 1974, stonato adattamento da Muriel Spark con struttura disorientante e frantumata, percorsi mentali e montaggio sincopato come nel coevo romanzo Amore e psiche).

Infine, La Capria, il cinema, ce l’aveva dentro casa: sposò un’attrice, Ilaria Occhini, aristocrazia intellettuale (figlia dello scrittore Barna Occhini e nipote di Giovanni Papini) ed eleganza da vendere nella sua recitazione antica. Al Festival di Locarno nel 2009, lei ebbe il Pardo d’Oro per Mar nero e in giuria c’era proprio Sorrentino. A lei il marito ha dedicato pagine indimenticabili che sono la quintessenza dell’amore. La Capria amava dire: “Calvino, Parise, Pasolini, Moravia… loro lavoravano moltissimo e io intanto non facevo niente, perché pensavo che la letteratura non fosse tutto”. Un modello, un maestro, un monumento.

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