Questione di cuore

"Un film per noi patrigni, che amiamo figli non nostri senza avere tutele", dice Giorgio Pasotti. Diretto da Giulio Base in Mio papà
16 Ottobre 2014
Questione di cuore
Mio papà

Se fare il papà è difficile, è molto più dura smettere. Lo impara bene Lorenzo (Giorgio Pasotti), che prima di conoscere Claudia (Donatella Finocchiaro), se ne stava tranquillo e beato per i fatti suoi, dividendosi tra il lavoro da sommozzatore in una piattaforma petrolifera in mezzo al mare e la puntatina fissa nei locali dove si rimedia lo svago di una notte.
Poi Claudia, di cui si innamora davvero, cambia tutto. Perché Lorenzo ci mette cuore stavolta e qualcosa di più: Claudia ha un figlio di sei anni, Matteo (Niccolò Calvagna), e Lorenzo – che prima di allora aveva sempre evitato di impegnarsi – dovrà conquistare anche il suo di affetto. Poi, quando le cose sembrano finalmente girare, accade quello che non ti aspetti (e che non va svelato per non fare torto al film): Lorenzo e Matteo dovranno dirsi addio dopo aver tanto faticato a trovarsi.
E’ un film che dà da pensare Mio papà di Giulio Base, presentato fuori concorso nella sezione Alice della città del Festival di Roma. Nasce da una doppia esperienza personale, quella che accomuna il regista torinese all’attore protagonista, Giorgio Pasotti, autore del soggetto e co-sceneggiatore: “Punto di partenza è stata un’esperienza da me vissuta (quella con l’attuale compagna Nicoletta Romanoff, già madre di due figli prima di incontrare Pasotti, ndr). Allora rimasi sconvolto dalla mancanza di diritti di questi patrigni. Sono figure fondamentali per i bambini, eppure non hanno tutele né giuridiche né sentimentali: uno investe tanto e impara ad amare figli non suoi. Ma in caso di separazione dalla madre naturale devono mettersi da parte”. Pasotti, che definisce Mio papà “una sorta di Kramer contro Kramer di oggi, con le dovute proporzioni”, era anche stato accarezzato dall’idea di dirigere questa storia prima di cederla all’amico Giulio Base. Che racconta: “Io e Giorgio siamo amici da anni, giochiamo pure a calcio assieme. E dopo una delle nostre partite mi raccontò un giorno questa storia perché pensava che riguardasse anche me e che potessi capirlo. Avrebbe dovuto diventare la sua prima regia, ma non era pronto. Così mi richiamò chiedendomi di farlo al posto suo”. Base, che è anche intervenuto in sceneggiatura con una modifica fondamentale – suo è il colpo di scena che darà una brusca sterzata alla storia – condivide le motivazioni di Pasotti riguardo all’urgenza del progetto: “Se ne parla poco, ma il tema degli affetti illegali era per noi di capitale importanza. Anche io ho vissuto un’esperienza simile a quella di Giorgio, un rapporto d’amore padre-figlio che non è quello carnale o anagrafico. Le nostre storie personali si riflettono certamente nel film, ma c’era la volontà di andare oltre e di avviare una riflessione sul ruolo giuridico che queste figure paterne acquisite possono e, secondo noi, dovrebbero avere oggi”.
Nel cast, oltre a Pasotti e alla Finocchiaro, si fa notare il piccolo Niccolò Calvagna, otto anni ma già veterano sul set: suo padre è il regista Stefano Calvagna, che lo aveva fatto esordire davanti alla macchina da presa quando era ancora neonato (Il lupo, 2006) per poi impiegarlo in altri quattro film. Nel 2013 aveva partecipato poi alla lavorazione di Indovina chi viene a Natale di Fausto Brizzi, mentre di recente ha girato sia Andiamo a quel paese di e con Ficarra e Picone (film di chiusura della kermesse romana) che il Meraviglioso Boccaccio dei fratelli Taviani. In Mio papà c’è spazio anche per un Cameo di Ninetto Davoli, che alla presentazione alla stampa elogia il romantico sentimentalismo del film: “Sembra una cosa d’altri tempi, eppure oggi più che mai ci sarebbe bisogno di vedere un padre e un figlio che si abbracciano. sarebbe bello se tornasse un po’ di questa tenerezza”, dice l’attore romano, in totale sintonia con Pasotti che rivela: “Amo il cinema che parla di relazioni, sentimenti, persone. Oggi si fanno troppi pochi film così. Si ritiene che il pubblico, in special modo quello dei ragazzi, voglia solo le commedie. Ma se le commedie non sono fatte come si deve i ragazzi se ne accorgono. I giovani sono molto più attenti e preparati di quanto si tenda a credere”. Una convinzione che deve averlo accompagnato anche durante la lavorazione di Arlecchino, con cui alla fine si è deciso a passare in regia: anche qui ci sono un padre (Roberto Herlitzka) un figlio (Pasotti) e tanti ostacoli da superare. Gettando il cuore oltre, ovviamente.

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