Queen Kennedy

"Il ruolo più pericoloso della mia carriera", dice Natalie Portman di Jackie, accolto trionfalmente al Lido. Pablo Larraìn: "Una regina senza trono"
Queen Kennedy

“Il ruolo più pericoloso della mia carriera”: non ha dubbi Natalie Portman riguardo a Jackie, il biopic che racconta la fragile, enigmatica figura di Jacqueline Kennedy nei quattro giorni che seguirono l’assassinio di JFK. Diretto dal regista cileno Pablo Larraìn, per la prima volta in trasferta hollywoodiana, il film è stato accolto con grande entusiasmo dalla stampa presente al Lido al punto da darlo favorito per il Leone d’oro e tra i sicuri protagonsiti della prossima corsa agli Oscar (con la Portman in lizza per la seconda statuetta).

Il “pericolo” nasceva dal confronto con un personaggio simbolo “che gli americani conoscono bene, di cui sanno tutto, riconoscono persino la voce”, chiarisce la Portman. “Avevo paura del confronto con l’originale perchè non sono un’imitatrice, ma un’attrice”. Che ha fatto, a detta di Larraìn, “uno splendido lavoro di interpretazione. Non ha mai cercato di copiare fisicamente la vera Jackie, ma di restituirla attraverso la sensibilità e l’immaginazione”. Il film stesso “non pretende di riportare i fatti perché nessuno di noi sa davvero come andarono realmente le cose: abbiamo solo cercato di entrare nelle private stanze e immaginare quel che vi accadde. Abbiamo creato un’illusione di realtà, che è principlamente lo scopo del fare cinema”.

“C’erano, è vero, alcuni libri su Jacqueline Kennedy, come quello di Arthur Schlesinger (I mille giorni di John F. Kennedy alla Casa Bianca, ndr), che sono stati fonte d’ispirazione – spiega Larraìn – ma quello che Jackie disse ai figli, a Bob (Peter Sarsgaard, ndr), il colloquio con il prete (John Hurt, ndr) e più in generale tutto quello che riguarda la sua sfera più personale, è invenzione, è cinema, un altro modo di cercare la verità”.
Anche perché “dopo sette film, cinque dei quali ambientati nel passato, ho imparato che è impossibile tornare realmente indietro, sapere cosa pensassero e sentissero quegli uomini. Possiamo solo provarci e immaginare”, chiosa il regista cileno.

La Portman rivela che “né i documenti personali né gli scritti né gli aneddoti su Jackie sono serviti realmente per  entrare nel personaggio. Jackie era così sfaccettato! Era una moglie, una moglie tradita persino. Era una madre. Era un simbolo, Era qualcuno che aveva vissuto un trauma terribile. Avevo tutte queste chiavi di accesso che potevo utilizzare”.

“Natalie è stata superlativa – dice Larraìn – perché ci ha restituito un ritratto complesso di Jackie senza rivelarla del tutto. Jackie resta una donna enigmatica. Lo trovo bellissimo”.

Affaticato dai tanti impegni ravvicinati (“Avevo appena finito di girare Neruda quando ho iniziato la pre-produzione di Jackie“), ma grato a “Darren Aronofsky per l’opportunità di raccontare un personaggio “che non appartiene solo agli americani, un peronsaggio iconico”, Larraìn sostiene come “i Kennedy avessero rappresentato un’inedita famiglia reale per l’America e Jackie una regina senza trono”.

Jackie, che in Italia uscirà a gennaio 2017 con Lucky Red, è il primo film di Larraìn con protagonista una donna e anche il primo di produzione americana: “Holliwood? Abbiamo girato a Parigi e in ogni caso il cinema resta uguale ovunque: inquadrature, montaggio, cose così”, chiarisce. “Bisogna solo trovare la chiave – continua – e costruire il racconto per immagini. Avevo letto il documento della Commissione Warren in merito  all’assassinio di Kennedy, al punto in cui dice che Jacqueline era accanto al marito quando successe. Mi sono chiesto che cosa avesse provato quella donna nel momento in cui il proiettile perforava il cranio di JFK? Bisognava cambiare prospettiva, dal presidente alla moglie, mettersi dalla parte di lei. Quandpo abbiamo girato la scena ho chiesto a Natalie di avvicinarsi sempre di più all’obiettivo: è lì che ha preso corpo il film”.

Nessun commento sulla politica americana e sulle imminenti elezioni presidenziali USA da parte del regista, che riconosce la statura storica di Kennedy, per avere iniziato “un importante lavoro sui diritti civili, poi portato avanti da Lindon Johnson”. Sul lavoro di rievocazione, quasi nullo l’utilizzo del materiale d’archivio preferendo Larrain  piuttosto “ricreare tutto”, al punto da ri-girare shot by shot anche “l’intervista video che Jacqueline Kennedy concesse alla CBS dalla Casa Bianca, utilizzando le stesse inquadrature e le stesse cineprese di allora”.

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