Provaci ancora Leo

Il regista romano per la terza volta dietro la macchina da presa con Noi e la Giulia. Da oggi in 400 sale
19 Febbraio 2015
Provaci ancora Leo
Edoardo Leo

Nell’odierno cinema italiano ci sono fenomeni milionari che sanno intercettare la voglia di rilassatezza che serpeggia all’interno della crisi; ci sono gli autori, quelli più o meno blasonati, che vanno dritti per la loro strada forti di una loro cifra stilistica ben precisa; e ci sono poi i “giovani”, non solo anagraficamente ma nel senso che non hanno ancora un loro pubblico di riferimento, tra i quali i più coraggiosi tentano di portare sullo schermo le “loro” storie, universi narrativi, emotivi e affettivi profondamente personali senza però rinunciare a comode strizzatine d’occhio ad uno storytelling più easy. Ed è in questo senso che si più inquadrare la figura di Edoardo Leo: un nome conosciuto da pochi corrispondente ad un volto conosciuto da molti, un regista/attore che non si è spaventato di conquistare una enorme popolarità attraverso un prodotto assolutamente “medio” come Un Medico in Famiglia con le stagioni 3 e 4, per acquisire sicurezza e appunto credito nelle famiglie italiane soprattutto, inconsapevole probabilmente di poter, quasi dieci anni dopo, diventare uno dei registi più interessanti della scena (“giovane”, appunto) italiana.

L’esordio dietro la macchina da presa risale al 2010, con il film Diciotto Anni Dopo: Mirko e Genzano, rispettivamente lo stesso Leo e il sodale Marco Bonini suo amico da sempre, sono due fratelli divisi da diciotto anni, a causa di un muto tormento più o meno nascosto nelle nebbie di un passato dove la madre morì in un incidente automobilistico. Il motivo per reincontrarsi è la morte del padre, che nel testamento li costringe a condividere nel lutto un viaggio e una destinazione, Scilla, dove il genitore vuole essere sepolto. Tipico road movie dove il viaggio geografico corrisponde ad un viaggio interiore, Diciotto Anni Dopo sorprende tutti con la sua coerenza emotiva e la sua solidità cinefila: Leo, al banco di prova, dimostra di saper evitare le facili trappole dell’opera di esordio come la sovrabbondanza, e decide di focalizzare tutto sui due protagonisti, declinando tutta la storia attraverso il loro burrascoso rapporto.

È poi accorto nella scelta degli attori: perché con Bonini l’alchimia si vede e conforta tutta la pellicola che, anche se in alcuni punti fin troppo esile, mette in scena senza enfasi retorica una famiglia frammentata in mononuclei, misurando commedia e dramma e smorzando il dolore della morte e la gravità del passato con un umorismo mai greve. Insomma, quasi una dichiarazione d’intenti: un cinema semplice, volto a raccontare ed emozionare mentre condivide un percorso intimo. D’altronde, non è un caso se i difetti di Mirko sembrano essere proprio quelli di Leo, che in una sorta di volo senza rete decide di mettere tutto sé stesso nel film, sapendo che la sincerità è l’arma migliore.

Arrivano allora le nomination ai David di Donatello e numerose vittorie (tra cui il Prix du public al Festival di Annecy, il festival del Mediterraneo a Montpellier, il festival di St. Louis, il premio della critica e Miglior Attore a “Maremetraggio festival” di Trieste…), e tre anni dopo arriva il secondo film, Buongiorno papà. Che racconta di Andrea, quarantenne bello e disinvolto interpretato da Raoul Bova con capello tinto e viso abbronzato, in carriera come agente di product placament. La sua vita viene sconvolta dall’arrivo di una figlia di cui non sapeva l’esistenza. E con questo film, Leo continua con coerenza a parlare di passato e paternità, ma soprattutto di umana imperfezione. Ritaglia per lui un ruolo secondario cucito su misura, e lascia spazio all’estro di Marco Giallini. Il soggetto di Buongiorno papà è di Massimiliano Bruno, su cui Edoardo è intervenuto con grande sensibilità personalizzando la storia; ma l’impressione è che qualcosa non giri nel verso giusto, come se la assoluta sincerità dell’esordio sia scesa a compromessi con una sorta di spettacolarizzazione (a cominciare da Bova come divo protagonista) fortemente mainstream.
Il fil rouge che lega i due film è la voglia di descrivere il risveglio di uomini “senza qualità” che hanno smesso di amare: ed in questo senso è collegato anche Noi e La Giulia, l’opera terza in uscita oggi in 400 sale. Che però conferma le strizzatine d’occhio al grande pubblico, con due assi della commedia “per famiglie” come Argentero e Amendola. Con la speranza che torni a raccontarci che è solo amando il proprio oggetto scopico che si può ancora pensare di fare cinema (e di fare i padri).

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