Povera patria

"Fatevi un giro tra i capannoni del nord: sono quasi tutti vuoti", dice il regista. Che porta la crisi fuori concorso e a Roma L'industriale Favino
30 Ottobre 2011
Povera patria

La crisi, che altro? Con L’industriale Giuliano Montaldo ritrova la vena indignata e politica dei tempi migliori (a proposito, Sacco e Vanzetti spegne 40 candeline proprio quest’anno) per fotografare quello che il regista genovese definisce un momento terrificante: “Basterebbe farsi un giro al nord per capire quanti capannoni vuoti ci sono. E’ un periodo terribile, non solo per il nostro paese”. Da qui l’idea di scrivere un film – soggetto sviluppato insieme alla moglie, Vera Pescarolo; per la sceneggiatura Montaldo si è avvalso invece della collaborazione di Andrea Purgatori – che sapesse raccontare personaggi, scenari e motivi che si nascondono dietro la parola recessione: “Sui giornali leggiamo sempre di soldi bruciati, ma non ci viene mai detto – dice Montaldo – il nome del piromane”. Che forse è più di uno: le banche che praticano un’usura legalizzata, imprenditori avidi e senza scrupoli, avvocati simili a faccendieri, politici dentro una torre d’avorio, industriali onesti ma autolesionisti, come quello del film: “Il mio personaggio è un ostinato – conferma Pierfrancesco Favino, primo attore in un cast composto anche da Carolina Crescentini, Francesco Scianna ed Eduard Gabia – tanto sul lavoro quanto nel privato: è un attegiamento che se può rivelarsi vincente nel primo caso, nel secondo è di sicuro ottuso”.
Una logica che spinge l’industriale Favino a cercare di risolvere a ogni costo, e senza veramente rendersi conto delle conseguente delle proprie azioni, tanto i problemi dell’azienda quanto quelli con la moglie. “Ma gli imprenditori della realtà sono più deresponsabilizzati – puntuallizza Purgatori -. Sono pochi quelli che pagano per gli errori commessi. I più fuggono all’estero o si riciclano, approfittando di regole continuamente cambiate perché sia adattino agli interessi della classa dirigente”.
Chi non conta è condannato a contare sempre meno: “Finché non cambierà l’ideologia del lavoro la situazione rimarrà questa – sentenzia Favino -. Bisognerebbe pensare al lavoro non in termini di profitto, ma di identità della persona”. Staccare la spina si può, azzarda Favino, a patto che “la generazione dei 40nni, quella a cui appartengo anche io, inizi a prendersi le sue responsabilità e smetta di considerarsi non adulta. Se fossimo leoni avremmo già da tempo ucciso il vecchio capo-branco”. Un’affermazione che fa trasalire l’80nne Montaldo: “Che c’entri tu? – lo rassicura Favino – tu hai quattro volte 20 anni”. Girato a Torino (“La nostra Detroit”, la ribattezza il regista), L’industriale è stato prodotto dalla Bibi Film di Angelo Barbagallo in collaborazione con Rai Cinema e il sostegno della Film Commission Piemonte. Presentato fuori concorso a Roma – per la gara il regista si dice fuori tempo massimo: “Non ho l’età…”, intona in conferenza stampa – sarà nelle sale a inizio 2012 con 01.

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