Pinocchio da morire

Da Spielberg a Benigni, trasporre la storia di Collodi è impresa proibitiva. Ma non disperiamo: saprà Matteo Garrone, e Guillermo Del Toro, sfatare la maledizione?
Pinocchio da morire

Macché la morte: solo a Pinocchio non c’è rimedio. Ha voglia a dire che A.I. Artificial Intelligence “avrebbe potuto essere la più grande opera” di Kubrick, prendendolo in eredità Steven Spielberg confeziona un flop, almeno per i propri standard: 100 milioni di dollari di budget di produzione, nel 2001 ne incassò appena 235, senza peraltro vedersi ricompensato da critiche entusiastiche.

Nel burattino di Carlo Collodi (Le avventure di Pinocchio, 1883) Stanley aveva ravvisato l’androide primigenio, e basandosi sul racconto di Brian Aldiss Super-toys Last All Summer Long tra fine anni ’80 e ’90 lavora per portarlo sul grande schermo: una volta licenziato Eyes Wide Shut, l’avrebbe ibridato con Frankenstein in una fiaba-sistema tra emozione e filosofia, fantascienza e mito. La morte scongiurò il suo A.I., e più che il progetto l’amico Steven raccolse i cocci.

Inutile girarci attorno, è prova provata che chi tocca Pinocchio muore, de facto o più sovente di film: “Pinocchio l’ammazza-film, io ci andrei coi piedi di piombo”, lo mettevano in guardia i fan su un forum online, nondimeno Matteo Garrone ha tirato dritto.
Pinocchio lui lo fa, eccome: primo ciak a breve, Roberto Benigni scelto per Geppetto. Dogman è stato un incidente di successo, il piccolo – grande – film parentetico tra Tale of Tales e l’agognato adattamento, nelle intenzioni “un horror per bambini”: CGI o cartapesta, filologico o eterodosso, i tanti estimatori di Garrone si interrogano, ma per lo più fanno gli scongiuri. Ne hanno ben donde: da Trieste in giù, il naso del Nostro ha già infilzato Francesco Nuti e Roberto Benigni.

Quando Nuti mette mano a OcchioPinocchio è all’apice della carriera, e si gioca tutto: i Cecchi Gori, Mario e Vittorio, gli mettono a disposizione 13 miliardi di lire, cifra inedita alle nostre latitudini, ma ne serviranno almeno 20, di cui due messi dallo stesso regista, perché dopo infinite diatribe e un anno di ritardo possa finalmente vedere il buio in sala a Natale 1994. Di miliardi ne incassa appena quattro, e ci rimettono tutti: soldi, certezze e futuro. Se la vecchia Hollywood ha Cleopatra, la nuova I cancelli del cielo, ecco, il nostro più sontuoso fallimento è forse proprio OcchioPinocchio, che pure il pericolo lo presentiva nel titolo.

Non va meglio al corregionale Benigni, sebbene parta da condizioni addirittura più lusinghiere: con La vita è bella ha vinto Oscar e stravinto al botteghino, può avere tutto, e vuole anch’egli Pinocchio (2002). La Fata Turchina Nicoletta Braschi, Lucignolo Kim Rossi Stuart, e il Gatto e la Volpe affidati ai Fichi d’India, in una scriteriata replica al Franco e Ciccio de Le avventure di Pinocchio, il celeberrimo sceneggiato televisivo di Luigi Comencini (1972). Il paragone è improbo, per foggia, valore e fortuna: se il cinquantenne Nino Manfredi fu un grande Geppetto, sei lustri più tardi il cinquantenne Benigni non c’ha l’età eppure si vuole burattino. Cerami e Piovani non bastano, Roberto prende fischi per fiasco, i Razzies (le pernacchie hollywoodiane ai peggiori della stagione) al posto delle statuette, e dopo quel maledetto Pinocchio cinematograficamente gli si spalanca il baratro, altrimenti detto La tigre e la neve (2005).

Senza infamia né lode nel 2012 Enzo D’Alò riprova la strada dell’animazione, battuta nel ’72 da Giuliano Cenci con Un burattino di nome Pinocchio, altro disastro produttivo. Poco importa, la passionaccia del cinema nostrano per la creatura di Collodi affonda agli albori della Settima Arte: il primo adattamento risale al 1911, lo firma Giulio Antamoro, il protagonista è il francese Ferdinand Guillaume, alias Tontolini o Polidor. Mezzo secolo più tardi Nelo Risi volle Carmelo Bene, con Bardot, Cardinale e Lisi potenziali Fatine e Totò Geppetto: la morte del principe De Curtis (1967) suicida il film.

Oltreoceano la Pinocchieide non cambia verso, eccezion fatta per il riuscito ma pastorizzato cartoon Pinocchio (1940), il secondo classico della Disney: proprio la Casa di Topolino ha recentemente messo in cantiere una versione live-action, ma dopo l’abbandono del regista Sam Mendes tutto tace.
Un’altra trasposizione hollywoodiana ha per alfiere il messicano Guillermo Del Toro, fresco premio Oscar per La forma dell’acqua: grazie a Netflix, realizzerà un musical in stop-motion, la prima animazione della sua carriera. Ma l’interrogativo rimane: meglio un Pinocchio abortito o uno fallito?

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