Perché non siamo tutti Charlie Hebdo

L'attacco al cuore della satira è un simbolo potente ed efficace. Ma non è su questo terreno che si vince la partita con i fondamentalisti
8 Gennaio 2015
Perché non siamo tutti Charlie Hebdo

Di fronte a Charlie Hebdo, come per altri fatti di questo lungo, angoscioso post 11 settembre, sentiamo sempre un certo imbarazzo. Da giornalisti di cinema, sentiamo che continuare a occuparci delle cose che riguardano il nostro lavoro – a volte interessanti, talvolta futili, non di rado sciocche – quando l’attenzione di tutti, la nostra stessa attenzione, è catalizzata da altro genere di eventi, ci mette terribilmente a disagio. Non meno imbarazzo avvertiamo a far finta che fatti come quelli di ieri non esistano, non riguardino anche noi, non ci tocchino. Come se accadessero in una realtà parallela. E invece ci toccano. Non in quanto colleghi – sarebbe penoso mettersi sullo stesso piano degli sfortunati redattori di Charlie Hebdo – ma in quanto persone e, certo, in quanto occidentali.
La prima reazione è paura, sgomento, ancestrale inquietudine, sentimento di una radicale vulnerabilità. Ancora una volta sono le immagini a rivelare più delle parole. Quelle insostenibili del poliziotto, Ahmed, musulmano pure lui, finito vigliaccamente mentre era già per terra, inerme, ferito. Sono le uniche immagini del massacro, involontariamente sono anche quelle decisive: ci dicono che siamo tutti Ahmed, tutti uomini, portatori di una vita che ci viene strappata via ingiustamente, rapinata dall’odio di altri uomini. Nella pietà che Ahmed chiede al suo aguzzino c’è tutta quella umanità che all’altro manca. Ahmed soccombe, ma vince. Ecco perché siamo tutti Ahmed. Da ieri invece giornali, social, persone comuni continuano a ripetere che siamo tutti Charlie Hebdo. Comprensibile sull’onda emotiva del momento, ma vagamente ipocrita (specie se paragonata alla “prudenza” di autorevoli testate nostrane) e fondamentalmente superficiale. Certo l’attacco al cuore della satira più spregiudicata è un simbolo potente, efficace – facile? – della sfida lanciata alla libertà di espressione. I suoi effetti si moltiplicano allorché l’attacco colpisce la patria stessa dell’illuminismo, del laicismo, di tutto quell’insieme di valori che costituiscono il nocciolo di una moderna democrazia e del nostro riconoscerci occidentali. Una lettura di questo tipo però rischia di fare il gioco degli attentatori, perchè radicalizza il conflitto scavando un solco insormontabile. Proprio quello che vogliono i nostri nemici. Il terreno è scivoloso, lo comprendiamo bene, ma val la pena tentare. L’abbiamo scritto: la libertà d’espressione è il cardine di una moderna democrazia, ma questa stessa libertà non è un diritto assoluto, un assegno in bianco su cui ognuno può scrivere la posta che gli pare. E’ invece una responsabilità, un’opportunità connessa a un dovere morale. Non può non tenere conto che anche il suo esercizio ha una misura, dei limiti. Limiti che non hanno a che fare ovviamente con la paura di ritorsioni per quello che si dice, si scrive, si disegna, si filma – prerogativa dei vigliacchi, non degli uomini liberi – ma con la valutazione preventiva dell’impatto politico e sociale di quanto si dice, si scrive, si disegna, si filma. Come ci ricorda lo storico Tzevan Todorov oggi su Repubblica “il vero pilastro della democrazia non è la libertà di stampa, ma l’idea che in un sistema democratico ogni potere ha delle limitazioni”.
Nessuna pretesa libertà – di una bocca, una penna, una macchina da presa – può venire prima del dialogo, della tolleranza, del rispetto reciproco, valori che realmente definiscono noi occidentali e che costituiscono i veri obiettivi degli integralisti. Nulla toglie che, pure senza le vignette di Charlie Hebdo, i fanatici avrebbero trovato altri target e pretesti per colpire (e d’altra parte non è proprio l’assenza di un movente razionale a fare di un uomo un fanatico?), ma attenzione a non foraggiare le contrapposizioni, a non scavare più a fondo nel solco già aperto delle diverse identità che (s)compongono le società odierne. Equivarrebbe a fare il gioco dei distruttori. A evocare scontri di civiltà che non hanno ragion d’essere. Nel corso di una storia ultramillenaria cristiani, ebrei e musulmani non si sono sempre ammazzati tra loro. E’ bene ricordarlo. C’è una questione culturale aperta, scottante, drammatica, ma va affrontata in primo luogo sul campo della cultura, prosciugando – non alimentando – la palude in cui si abbeverano i nemici.
Siamo con i nostri colleghi ammazzati e con le loro famiglie, ma non è vero che siamo tutti Charlie Hebdo.Anche se tra una matita e un kalashnikov, sceglieremo sempre la prima.

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