Perché credo nel cinema

"Con scrittori, pittori e musicisti vorrei che all'incontro col Papa ci fossero anche i registi", scrive Mons. Ravasi sul numero di novembre di RdC
2 Novembre 2009
Perché credo nel cinema
Mons. Gianfranco Ravasi

“Ad ascoltare la voce di Benedetto XVI non ci siano solo pittori, scultori, scrittori, poeti, musicisti, architetti ma anche registi e attori”. Così Mons. Gianfranco Ravasi sul nuovo numero in edicola della Rivista del Cinematografo. Ricordando l’incontro tra il Papa e gli artisti del prossimo 21 novembre nella cappella Sistina – 45 anni dopo quello voluto da Paolo VI – Mons. Ravasi si interroga su quale sia lo statuto del cinema nel panorama generale delle arti, soffermandosi sui casi in cui il mondo di celluloide si rivela persino più alto rispetto a quella della scrittura: “Un esempio tra i tanti, la pellicola Arancia meccanica di Stanley Kubrick è più emozionante del romanzo di Anthony Burgess. O almeno l’esito può essere pari, come nel caso del Giardino dei Finzi Contini di De Sica e il rispettivo romanzo di Bassani”. Nei confronti della pittura poi, Ravasi sottolinea come non si possa “ignorare l’intreccio suggestivo che non pochi movimenti pittorici stabilirono con la cinematografia, a partire dal futurismo che al cinema dedicò un suo “Manifesto”, passando attraverso quella sorprendente opera impressionista che è il film Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene (1919) o ai prodotti surrealisti firmati insieme da Buñuel e Dalì, Un chien andalou (1928) e L’âge d’or (1930), per giungere ai film di Andy Warhol. Infine il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura ricorda lo stretto legame tra cinematografia e ricerca del trascendente “non tanto con la valanga degli spesso modesti film biblici quanto piuttosto con la tormentata interrogazione dei grandi maestri. Basta solo citare i nomi di Bergman, Bresson, Dreyer e di Tarkovskij per scoprire orizzonti grandiosi in cui si dipanano i più complessi e mirabili itinerari esistenziali”. Esperienze che confermano come “la settima arte, nelle sue espressioni più alte e autentiche, non voglia “rappresentare la pelle umana delle cose, l’epidermide della realtà”, come sospettava Antonin Artaud. Ma – citando il pittore catalano Joan Mirò – l’Invisibile che si cela nel visibile”.

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