Paura e delirio a Shutter Island

"Convivo con la paranoia. Ma a terrorizzarmi è il mondo che erediteranno i miei figli", dice Scorsese. Con Di Caprio in manicomio
8 Febbraio 2010
Paura e delirio a Shutter Island

“Ho sempre nutrito sospetti nei confronti dell’autorità, verso chi detiene il potere: la paranoia è uno stato emotivo che conosco bene, ed è a causa sua se ho accettato di fare questo film”. Martin Scorsese non è solo un grande maestro, ma anche un onesto interlocutore.
A Roma per presentare il suo ultimo lavoro, Shutter Island, tratto dall’omonimo romanzo di Dennis Lehane (un’autentica risorsa per il cinema: dai suoi libri sono stati già tratti Mystic River e Gone Baby Gone), il regista italoamericano non si nasconde, parlando di ossessioni, debolezze e fobie. “Convivo quotidianamente con la paura – dice – cercando di non farmi sopraffare. Ma se questo è il mondo che erediteranno i miei figli, c’è poco da stare tranquilli”. D’altra parte, stesse zitto lui, parlerebbero i suoi film, veri e propri diari personali filmati. Non a caso Scorsese ha sempre lavorato con gli stessi attori. Prima De Niro, oggi Di Caprio: trovato il proprio alter-ego, non è facile separarsene. Con Leo è alla sua quarta collaborazione: “Tra di noi c’è una profonda fiducia, e so che ogni volta posso scendere più in profondità con lui”. Di Caprio interpreta Teddy Daniels, un agente federale convocato a Shutter Island per indagare sulla misteriosa scomparsa di una pluriomicida (Emily Mortimer) da un manicomio criminale. Con lui in missione l’agente Chuck (interpretato da Mark Ruffalo), un perfetto sconosciuto. Siamo nel 1954, l’America è in piena guerra fredda. Le indagini proseguono a rilento: gli psichiatri non collaborano, gli inservienti tacciono, i pazienti sono fuori di testa, e ciascuno sembra nascondere qualcosa. Teddy Daniels dubita, insegue false piste, mentre anche la sua mente inizia a vacillare.
“C’è un elemento nel carattere di Teddy che mi ha conquistato. Qualcosa che ha a che fare con la violenza del mondo e alla reale possibilità di estirparla. Ma qual è il prezzo che bisogna pagare?”, si chiede Scorsese, che al problema della violenza non è certo nuovo, come non sono inediti gli altri temi sviluppati dal film: la colpa (“Tra i film che mi hanno influenzato sicuramente Le catene della colpa di Tourneur e le pellicole di Fritz Lang”), la follia (“Lo script mi ha ricordato quello de Il gabinetto del dottor Caligari), la passione per il cinema (“Il debito con l’espressionismo tedesco, che ha segnato il mio background cinematografico, è evidente”) la religione (“Ho scelto di tatuare l’immagine di Cristo morente sulla schiena di un paziente perché sono cattolico e questa effige fa parte del mio io: è l’immagine compiuta della sofferenza umana).
Di Caprio – con il regista nella capitale – precisa che “in tutti i grandi personaggi di Scorsese – da Travis Bickle a Jack La Motta – la violenza è solo l’altra faccia del dolore. Dietro ogni gesto esteriore, anche il più violento, si nasconde una sofferenza interiore”. L’attore svela poi il segreto di Scorsese: “Si affida totalmente agli attori, li carica di responsabilità. Ti dice cosa vuole, poi sta a te. E’ insieme molto stimolante e molto complicato. E questo è il personaggio più difficile che mi sia capitato d’interpretare”. “E lui ha toccato livelli d’intensità mai raggiunti prima”, gli fa eco Scorsese, che risponde agli elogi di Di Caprio sottolineando come Leo sia “capace di catalizzare ogni esperienza di vita nel processo creativo. E’ unico in questo”.
Ma Di Caprio – tre nomination agli Oscar e nessuna statuetta al momento in bacheca – non è ancora soddisfatto: “Sin da ragazzino ho avuto i miei miti, attori che ho preso a modello come Montgomery Clift, James Dean e Robert De Niro. Ho sempre lavorato e continuerò a farlo per raggiungere i loro livelli. Dovesse durare anche tutta la vita”. Dal canto suo Scorsese – che ha in ballo diversi progetti, tra cui il biopic su Frank Sinatra, un nuovo gangster-movie con De Niro e un film per l’infanzia – si è ripromesso per il futuro di realizzare la seconda parte di quello straordinario documentario che è stato Viaggio nel cinema italiano: “Attualmente sto montando la parte relativa a Francesco Rosi”. Nell’immediato invece partiranno entrambi alla volta di Berlino, dove Shutter Island verrà presentato in anteprima il 13 febbraio. Il film uscirà invece nelle sale italiane il 5 marzo, distribuito in più di 400 copie da Medusa.

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